COMPORTAMENTO ACCETTABILE
di Strwriter email: player@widomaker.com
tradotto da Elena 'Halbarad' email: halbarad_12@hotmail.com
PG-13 (v.m. 13 anni)
Coppie: Fraser/Thatcher
Genere: romantico
Ambientazione: inizio della terza stagione.
Disclaimer dell'autrice: se Fraser fosse mio, non starei qui a
scrivere storie. Paul appartiene a Martha, non so a chi
appartenga Camilla. Tutti i personaggi appartengono alla
Alliance.
Author's disclaimer: If the Mountie were mine, I wouldn't be here
writing stories. Paul belongs to Martha. I don't know who Camilla
belongs to. ALL the characters belong to Alliance.
Non l'avrebbe mai creduto possibile, ma eccolo qui. C'era
un'intero gruppo di orsi polari che ballavano il tip-tap nel suo
cranio, accompagnati da un'orchestra di ottoni.
Molto lentamente, con estrema attenzione, l'ispettice Margaret
Thatcher aprì gli occhi. Un'azione che rimpianse immediatamente,
visto che gli orsi polari lo presero come un invito a scatenarsi
ancora di più. Gemendo, richiuse gli occhi, alzando le mani per
reggersi il capo dolente, ma questo le portò una rivelazione
piuttosto scioccante.
Il lenzuolo che la copriva scese dalla parte superiore del suo
corpo e lo spiffero di aria fredda che sentì la informò che le
mancavano buona parte dei vestiti. Il mal di testa fu subito
dimenticato, e i suoi occhi si spalancarono mentre afferrava il
lenzuolo e lo tirava nuovamente su. Esitante, sbirciò sotto il
lenzuolo, per scoprire che indossava solo reggiseno e slip. Non
era esattamente l'uniforme prevista dal regolamento.
Cosa peggiore, il lenzuolo non era suo. Riconobbe lo spesso
lenzuolo Pendleton che apparteneva all'Agente Fraser, e in
effetti era proprio il suo spartano letto quello su cui lei
giaceva, nel suo ufficio/camera da letto.
*Anche se,* pensò, *pare che ieri sera sia stato più camera da
letto che ufficio*. Con terrore crescente, guardò attorno alla
piccola stanza. Le sue scarpe erano ordinatamente sistemate
accanto agli stivali di Fraser in un angolo, il suo abito e i
suoi collant erano appoggiati sullo schienale di una sedia.
Chiaramente Fraser si era già svegliato, e apparentemente si
sentiva meglio di lei visto che era riuscito a riordinare.
Disperata, cercò di ricordare cos'era successo la sera prima.
Vaghi ricordi riaffiorarono ... aveva riso mentre beveva il punch
con l'ambasciatore spagnolo ... aveva raccolto il cappotto per
tornare a casa ... era scesa dal taxi ... i suoi occhi si
spalancarono all'improvviso quando ulteriori ricordi si
risvegliarono.
Aveva sfiorato il volto di Fraser, aveva lanciato il suo Stetson
chissà dove, gli aveva sbottonato la divisa, le si era
impigliato il braccialetto nella sua cintura per alcuni istanti.
L'aveva baciato in piena ... *Oh dio, Meg, cos'hai fatto?!*
Gemendo per l'orrore, si nascose il volto tra le mani. *L'hai
fatto veramente! Ti sei ubriacata e tu ... tu e Fraser ...* Fece
una risatina suo malgrado. *Diavolo, ora potresti anche pensare a
lui come Benton, o perfino Ben! Ormai vi conoscete abbastanza!*
Meg sobbalzò, sentendo la porta aprirsi, e si tirò il lenzuolo
fino al collo. L'Agente Benton Fraser fece cautamente capolino
dalla porta, e il suo volto pallido arrossì non appena la vide.
"Oh, è sveglia, signore! Mi perdoni ... non volevo
disturbarla. Stavo solo -" Aveva iniziato a farfugliare, e
se ne rese conto. Serrando improvvisamente le labbra mentre
arrossiva ancora di più, fece per andarsene.
"Agente!" lo richiamò lei, tirandosi a sedere ma
continuando a tenere su il lenzuolo. Lui riapparve, con
quell'espressione interrogativa che era contemporaneamente
attraente e irritante. Meg gli fece cenno di entrare.
Non appena fece il suo ingresso nella stanzetta, lei si sentì
mancare il respiro. Era domenica, e non indossava la solita
giubba rossa, ma abiti civili. I blue jeans sottolineavano le sue
lunghe gambe e la vita sottile, stretti quanto bastava per
mostrare il suo fisico ma non tanto da sembrare esagerati. Una
semplice camicia nera sottolineava le ampie spalle, con le
maniche arrotolate a mostrare le braccia liscie e muscolose.
L'oscurità sottolineava il contrasto dei suoi colori ... pelle
del colore del burro, capelli come il cioccolato, con quegli
impressionanti occhi azzurri che risplendevano in mezzo a tanta
perfezione.
Arrossì e si rese conto che la sua opinione sul disastro della
sera prima era in qualche modo cambiata. Ora era più dispiaciuta
di non ricordare come era stato piuttosto che di averlo fatto in
sè.
Rapidamente allontanò questi pensieri. L'attrazione fisica era
irrilevante. L'Agente Fraser era un suo subordinato, ed era
semplicemente contro le regole anche solo pensare di andare a
letto con lui. Peggio ancora pensare di rifarlo per poter
ricordare l'esperienza.
Prendendo un gran respiro, lo guardò dritto in quegli occhi
color zaffiro e iniziò. "Quello che è successo ieri sera
non è successo ... o piuttosto è successo, ma non volevo che
succedesse come è successo, quandi sarebbe meglio se andassimo
avanti come se non fosse successo nulla."
"Signore?"
"Il ... " cercò disperatamente le parole, cercando di
dirlo in modo fine. Anche se ormai Fraser era rosso come un
gambero, era chiaro che comprendeva la sua situazione.
"Il contatto supplementare, signore?"
"Sì, il contatto supplementare. Sappiamo entrambi che non
ero in me ..."
"Era piuttosto intossicata."
*Può dirlo forte* pensò in qualche modo divertita,
massaggiandosi le tempie dolenti. "Ne sono consapevole. E
per questo, spero di poter confidare che lei non dica un'altra
parola sull'argomento. Semplicemente non è mai successo. Sono
stata chiara?"
Un'espressione sofferta apparve sul suo volto da ragazzino, e lei
provò una fitta di rimorso. Forse era stata troppo dura.
"Sì, signore, ma se solo potessi spiegarle ... "
Meg lo fermò con un gesto della mano. "Non servono
spiegazioni, Agente. Non sono una bambina, e non ho bisogno che
si scusi per il ... contatto supplementare, o che inizi una
leggenda Inuit da mezz'ora per farmi capire che non è grave come
sembra."
"Ma signore! Io-"
L'espressione di Fraser le fece saltare un battito. *Oh, dio,
adesso mi dice che mi ama o qualcosa del genere, e non mi
lascerà finire!* Doveva chiuderla qui. "Ho detto che non
voglio sentire un'altra parola, Agente. Ha dei problemi a
capirmi? O dovrei ripetermi in un'altra lingua, in caso che oggi
questa non le piaccia? Magari in francese ... il mio Tshimshin
non è gran che."
"Neanche il mio, signore."
"Non è questo il punto. Il punto è che non è mai
successo, e se scambia anche una sola parola al riguardo con
qualcuno, fosse anche quel suo lupo, verrà rispedito nei
Territori prima che abbia il tempo di accorgersene. Sono stata
chiara?"
"Assolutamente." Dannazione, perchè la doveva guardare
così? Con quegli occhioni azzurri e quell'espressione che diceva
che gli stava spezzando il cuore. Non era giusto!
Sentendosi una schifezza, Meg nonostante tutto si sforzò di
essere la perfetta immagine dell'autorità - anche se era seduta
mezza nuda sul letto del suo subordinato con le lenzuola fino al
collo. "Bene. Adesso se mi fa il favore di uscire un
momento, vorrei vestirmi, e poi voglio vederla di nuovo in
uniforme. Abbiamo degli affari da sbrigare, e suppongo che lei si
ricordi come si deve comportare un ufficiale della Reale Polizia
Canadese a Cavallo." *Per non dire che mi distrae un po'
troppo con quei vestiti.* aggiunse mentalmente.
Lui annuì obbediente mentre chiudeva la porta. "Sì,
signore."
Non appena la porta si chiuse, lei uscì dal letto, tremando
nella stanza freddissima. Apparentemente, Fraser aveva pensato di
usare l'aria condizionata per ricrearsi il suo piccolo angolo di
Polo Nord. Ignorando la pelle d'oca, allungò una mano verso i
suoi abiti. La sua mano era a pochi centimetri dalla seta bianca
della camicetta, quando si fermò, impressionata dall'ordine in
cui Fraser aveva sistemato tutto.
Era così premuroso, così gentile, e così educato che a volte
era facile dimenticarsi che aveva anche dei sentimenti.
Sentimenti che lei aveva indubbiamente appena urtato. Dannazione.
***
*Spero che non pensi che io...che noi...oh, dio!* Fraser si
appoggiò pesantemente al muro proprio fuori dal suo ufficio.
Aveva cercato di spiegare all'Ispettrice quel che era successo,
ma lei non gliene aveva lasciato la possibilità, saltando alle
conclusioni esattamente come lui aveva temuto. La cosa peggiore,
tuttavia, era che gli aveva ordinato di non parlarne più, e lui
non sarebbe mai più riuscito a chiarire la situazione.
Fraser sospirò. Ultimamente aveva molti problemi con i
chiarimenti, pensò. In effetti, era proprio questo che li aveva
messi in una tale situazione.
La sera prima c'era stato un ricevimento all'ambasciata francese,
al quale erano stati invitati entrambi. Sembrava andare tutto
bene, finchè non aveva assaggiato il punch, che, nonostante il
gusto piacevole, conteneva un'elevata quantità di alcohol. Il
gusto caratteristico del liquido inebriante era smorzato dagli
sciroppi alla frutta, e questo poteva trarre in inganno, sembrava
molto meno forte di quel che effettivamente era. Aveva cercato di
mettere in guardia l'Ispettrice, ma in quel momento lei stava
discutendo animatamente e gli aveva ordinato di conservare i suoi
commenti per un altro momento.
Quando finalmente si era dichiarata libera di parlare, un'ora (e
quattro bicchieri di punch) più tardi, l'avvertimento sembrava
ormai inutile. Quel che era successo dopo era ancora impresso
vividamente nei suoi ricordi.
***
"Forse, Agente, potrebbe essere così gentile da
riaccompagnare la signora a casa. Sembra che abbia bevuto un po'
troppo." Il tono dell'ufficiale di collegamento francese era
solidale, e Fraser annuì.
"Certamente. Grazie infinite per la bella serata."
"Oui, grazie per essere venuti. Vuole che le chiami un
taxi?"
Fraser guardò il suo ufficiale superiore. Era più rilassata che
mai, appoggiata casualmente alla balaustra di una scala mentre
chiacchierava con un membro dello staff del consolato italiano.
Ridacchiava liberamente e stava sorseggiando il suo quinto
bicchiere di punch, completamente ignara della sua situazione.
"Sì," concordò Fraser. "forse è meglio. Vado a
prendere l'Ispettrice."
Facendosi strada tra la folla, la raggiunse rapidamente. "Mi
scusi, signore."
Lei sussultò leggermente per la sorpresa al suono della sua
voce, poi sorrise quando lo vide. Prendendogli il braccio,
accennò all'uomo con cui stava parlando. "Agente Fraser, le
presento Roberto. E' italiano." La sua voce era decisamente
impastata.
Fraser osservò l'uomo. Se non fossero bastati i tratti
tipicamente mediterranei, l'abito di alta sartoria, le scarpe
italiane o forse la bandierina italiana sulla sua targhetta
avrebbero fornito indizi necessari. "Vedo, signore."
Il sorriso dell'Ispettrice si allargò e lei fece l'occhiolino a
Roberto prima di fare scorrere le dita sul braccio di Fraser in
modo piuttosto esplicito. "Allora, Ben ... volevi
qualcosa?"
Disperatamente, lui cercò di mantenere la sua compostezza,
nonostante il tono dell'Ispettrice. " Si, beh, si sta
facendo piuttosto tardi, signore, mi chiedevo se non fosse ora di
andare."
Lei sembrò pensarci un attimo, poi annuì. "Buona idea,
Ben. Torniamo al consolato."
Dopo i saluti e i ringraziamenti di rito, ritirarono la giacca
dell'Ispettrice e lo Stetson di Fraser dal guardaroba. Fraser
iniziava a sperare che sarebbe tutto finito con un po' di mal di
testa per l'Ispettrice. Poi arrivarono al consolato.
Fraser iniziò a dare indicazioni al taxista sull'indirizzo
dell'Ispettrice e gli chiese di accompagnarla alla porta, quando
Meg lo interruppe. "Grazie, ma scenderò qui con Ben."
Lui aggrottò la fronte confuso. "Ha bisogno di qualcosa al
consolato?"
Lei non rispose finchè le pesanti porte del consolato si furono
chiuse dietro di loro. Dopo averle chiuse a chiave, si voltò
verso Fraser. Un istante dopo, l'ispettrice gli era addosso come
una coperta, le braccia allacciate dietro al suo collo in una
morsa di ferro, gli occhi che lo fissavano direttamente.
"Sì, Ben" lo informò. "Ho bisogno di te."
La bocca di Fraser si spalancò per lo shock mentre sgusciava via
dalle braccia di lei, inciampandosi nei propri piedi mentre
cercava di sfuggire al suo assalto. "Ispettrice!"
Avanzando verso di lui come un lupo, continuò a fissarlo negli
occhi, con un'espressione inquietante di tristezza mista a
lussuria. "Non sto certo ringiovanendo, Ben, e neppure tu.
Siamo due adulti maturi, abbastanza da accorgerci quando siamo
attratti da qualcuno. E siamo anche molto lontani da casa, vero
Ben? Non sono molti quelli che ci capiscono."
La sua voce si abbassò, pareva quasi che stesse facendo le fusa.
Il ritmo cardiaco di Fraser salì alle stelle, e lui iniziò a
chiedersi se ci fossero dei casi di problemi cardiaci nella sua
famiglia. Il suo battito doveva essere vicino ai 200, e anche se
era perfettamente salute, era decisamente troppo alto. "Io
ti capisco, Ben," mormorò lei, "E tu mi capisci?"
Cercò di arretrare ancora, di fondersi con la parete di legno,
ma si accorse rapidamente che era tutto inutile. La gola gli
divenne secca come il deserto, e sentì il suo volto andare in
fiamme mentre le sue dita iniziarono a sbottonargli la giubba,
torturandolo con un bottone alla volta.
"Io ... uh ..." cercò di dire schiarendosi la voce e
facendole invece assumere una strana tonalità rauca. "Io
capisco che probabilmente in questo momento lei non è in sè.
Apparentemente le sue parole sono condizionate dal punch, per non
parlare-"
"Sta zitto, Ben." Mezzo secondo dopo, si trovò senza
via di fuga. Le labbra di Meg si scontrarono con le sue, e lei lo
baciò con una foga che fece sembrare il loro precedente
"contatto" sul treno un bacetto sulla guancia al
confronto. La sua fronte urtò lo Stetson, e lei reagì
semplicemente afferrandolo e lanciandolo come un freesbee nel
corridoio in modo da poter continuare il suo assalto
indisturbata. Senza pensare, lui iniziò a rispondere al bacio,
ma il gusto del punch gli fece ricordare il motivo per cui si
stava comportando così. Si costrinse a ritrarsi, voltando il
capo e alzandosi sulla punta dei piedi per avvantaggiarsi della
sua statura.
Sfortunatamente, questa manovra servì solo a deviare nuovamente
le attenzioni di Meg al suo petto. Con lentezza lui iniziò a
strisciare contro la parete, sperando di raggiungere una porta
per sfuggirle. La giubba era ormai completamente sbottonata, e
lei stava lottando con la cintura adesso. *Caspita! Ho idea che
ora stia addirittura ringhiando! Oh, dio.*
Ci fu un improvviso grido di frustrazione, e Fraser guardò in
basso, cosa che aveva cercato di evitare in quanto poneva il suo
volto in una posizione pericolosa. Il braccialetto
dell'ispettrice si era incastrato nella fibbia della sua cintura.
Respirando profondamente e sperando che lei fosse troppo
distratta dal garbuglio per accorgersi della sua vicinanza,
cercò di districarli, temendo che lei avrebbe danneggiato il
braccialetto o la cintura. Alla fine riuscì nel suo intento, ma
fu solo in parte una benedizione, perchè la fibbia della sua
cintura
si aprì.
Con ammirabile rapidità e determinazione, lei si liberò della
cintura, poi afferrò i due lembi del suo colletto e li spinse
indietro. Fraser era nuovamente inchiodato al muro, e nonostante
la sua resistenza si ritrovò presto senza giubba. Poi lei
afferrò una delle sue bretelle, e l'Agente vide finalmente una
via d'uscita: girando su se stesso, riuscì a liberarsi dalla sua
presa, anche se la bretella venne sfilata nel frattempo.
L'ispettrice si trovava tra lui e il suo ufficio, ma c'erano
molte altre stanze nel vasto edificio. Stanze in cui si sarebbe
potuto barricare finchè l'ispettrice non si fosse calmata. Era
l'unica azione logica da intraprendere, ma per qualche motivo i
suoi piedi si rifiutarono di obbedire alla logica. Rimase lì,
paralizzato, mentre l'ispettrice gli si avvicinava di nuovo,
facendo ondeggiare leggermente i fianchi con uno sguardo lascivo.
"Giochiamo a rincorrerci, Ben?" lo rimproverò.
"Conosco quel gioco. Ma il gioco è finito ... basta fingere
di non provare attrazione, di non volerci. So che lo vuoi, Ben
... so di essere una donna attraente. E tu ..." Meg sorrise
e fece scorrere la punta della lingua tra i denti. Fraser sentì
che le sue ginocchia e la sua determinazione si indebolivano.
"Tu sei un uomo dannatamente attraente, Benton Fraser, e so
che provi qualcosa per me, proprio come io provo qualcosa per te.
Per quanto tempo vuoi andare avanti così, Ben?" il suo tono
si addolcì. "Per quanto tempo vuoi lasciare che il
protocollo regoli la tua vita? Per quanto tempo vuoi continuare a
essere solo?"
Ora le braccia di lei erano di nuovo attorno al suo collo,
attirandolo verso di sè, facendo cadere l'altra bretella con le
dita. A Fraser sembrava di vedersi dall'esterno, vedere il suo
corpo che rispondeva anche se la mente gridava che Non Era una
Cosa Buona. Sapeva che le parole dell'ispettrice non erano altro
che il frutto dell'alcohol, anche se desiderava disperatamente
che non lo fossero. La cosa peggiore era che, anche se lei stava
parlando sul serio, lui non la poteva assecondare.
E allora perchè la stava baciando? Perchè le sue mani avevano
iniziato a scorrere dietro di lei tra quei capelli setosi e
profumati? Perchè non opponeva resistenza mentre lei faceva
scivolare le mani sotto la sua maglia e iniziava a fare cose
strane alla sua pelle? Perchè trovava estremamente difficile
continuare a pensare coscientemente?
"Smettila, figliolo!" la voce di Robert Fraser risuonò
nell'orecchio di Benton, e anche se sussultò leggermente, non
guardò verso di lui. E neppure obbedì.
"Lo so, lo so ... hai una donna bellissima tra le braccia.
E' consenziente, tu sei solo, sembra un sogno che si
avvera," continuò serio, senza preoccuparsi del fatto che
il figlio lo stesse ignorando. "Ma è solo un'illusione. Se
lo fai, lei ti odierà. Fidati, lo so ... tua madre una volta mi
diede il permesso di invitare a cena tutto il distaccamento della
polizia a cavallo dello Yukon. 47! Beh, sapevo che non era molto
in sè perchè aveva inalato i fumi del grasso di foca tutto il
giorno, ma pensavo che sì volesse dire sì. Ho dormito
all'aperto per un mese."
Fraser si ritrasse, ma solo quanto bastava per sospirare
frustrato. Suo padre era morto ... erano affari suoi le vite
amorose dei viventi solo perchè il suo status di spettro gli
dava la possibilità di passeggiare dentro e fuori dai muri?
"Il punto?" chiese Fraser asciutto. Le sue mani
continuavano a scorrere sulla schiena di Meg, mentre lei gli
stava baciando la linea della mascella in un modo che lo faceva
impazzire. "Il punto," Meg riuscì a mormorare,
"E' che ti voglio, Fraser! Quanto ... mmm, questo sì che mi
piace ... quanto sei stupido?"
"Il punto," chiarì Robert Fraser, "E' che
potrebbe essere colpa del punch, o forse no. Se lo è, ti
ucciderà. Se non lo è, ti odierà perchè gliel'hai lasciato
fare."
Suo padre aveva ragione. Dannazione, aveva proprio ragione
stavolta. Non poteva lasciarglielo fare. Gli stava troppo a cuore
per lasciarglielo fare. Una notte di desideri esauditi non valeva
abbastanza da perdere la loro amicizia, quella cosa preziosa che
portava la promessa di diventare qualcosa di più, un giorno. Ma
non oggi.
Con un profondo senso di rimorso, Fraser mise le proprie braccia
tra di loro e la spinse via. Lei lo guardò incredula, e lui
approfittò del suo shock per scivolare oltre di lei nel suo
ufficio. Lì si chiuse la porta alle spalle, cercando di non
sentire la sua voce che lo chiamava. Lo supplicava. Lo
minacciava. Dichiarando insieme amore e odio, ordinandogli di
uscire, o di lasciarla entrare ... qualunque cosa.
Non poteva.
Fraser si prese la testa tra le mani. Si sentiva la feccia
dell'umanità. Meg aveva ragione ... per quanto tempo avrebbe
continuato a sacrificare tutto per il dovere? A 35 anni, pensava
che avrebbe avuto una moglie, una famiglia, e che sarebbe vissuto
felicemente nello Yukon tra i suoi amici Inuit. Invece era un
ufficiale solitario in una lontana città americana, con la donna
che amava chiusa fuori dal suo ufficio e dalla sua vita. Perchè?
Perchè questo era il suo dovere.
"Hai agito bene, figliolo." Sentendo la voce del padre,
guardò su, senza preoccuparsi se il fantasma avrebbe visto le
lacrime che iniziavano a luccicargli negli occhi.
"Papà?" La sua voce era più debole di quel che si
aspettava, ma non cercò di nasconderlo.
"Cosa?"
"Vattene, per favore."
***
La solfa andò avanti per una decina di minuti, poi fu
sostituita da uno strano silenzio. Dopo cinque minuti, Fraser
socchiuse nervosamente la porta, abbastanza per sbirciare fuori.
Per assicurarsi che stesse bene. Pareva proprio di no.
Meg era inginocchiata nel corridoio, ondeggiava leggermente con
un'espressione nauseata sul volto pallido. L'Agente riconobbe i
segni di un'imminente rigurgito provocato dall'alcohol, e
afferrò rapidamente il cestino dell'immondizia. Arrivò al suo
fianco in pochi secondi, ma era troppo tardi. In modo poco
dignitoso, che non si addiceva a un'ispettore, Meg si accinse a
rimettere piuttosto violentemente. In parte nel cestino, ma in
parte maggiore sul davanti del suo vestito.
Lo guardò sofferente, tutto il desiderio che aveva avuto prima
negli occhi ora se n'era andato. Non era più una maniaca o un
capo severo. Era solo una donna che aveva bevuto molto più di
quanto fosse abituata, e stava dannatamente male come risultato.
Fraser sorrise gentilmente, cercando di mostrarle comprensione e
perdono.
Allungando un braccio attorno alla sua vita e facendosi passare
una delle sue braccia sulle ampie spalle, Fraser la fece rialzare
cautamente. Muovendosi come un bambino col mal di mare, lei
finalmente riuscì ad arrivare al bagno, dove l'Agente aspettò
pazientemente mentre sentiva l'acqua che scorreva nel lavandino.
Poi sentì la doccia che si azionava, ma invece dei suoni di
qualcuno che si lavava sentì un tonfo sordo.
Le sopracciglia aggrottate per la preoccupazione, bussò alla
porta. "Ispettrice? Va tutto bene, signore?" L'unica
risposta fu un basso mugolio.
Accantonando momentaneamente i dubbi per lo stato di possibile
nudità dell'Ispettrice, Fraser arretrò di un passo e calciò la
porta, cercando di non colpire tanto forte da farla cadere
all'interno. La serratura cedette facilmente, rivelando Meg che
giaceva svenuta vicino alla doccia. Grazie al cielo, aveva ancora
addosso la biancheria.
Fraser l'aveva presa in braccio e l'aveva portata nel suo
ufficio, sistemandola con cura sulla seconda branda, e coprendola
con le lenzuola migliori. Aveva portato i suoi abiti alla
lavanderia notturna, poi aveva ripulito il pavimento. Il suo
intento era cancellare ogni motivo di rimorso che la Thatcher
avrebbe potuto provare il mattino dopo. E cosa più importante,
che niente le facesse rimpiangere la loro amicizia.
Sfortunatamente, pareva che i suoi sforzi fossero stati inutili.
***
Nella stanza di Fraser, Meg aveva quasi finito di vestirsi, ma
quando fece per mettersi il braccialetto al polso si accorse che
la chiusura era stranamente deformata. Tenendoselo appoggiato al
polso, uscì nel corridoio per cercare Fraser.
Non dovette cercare a lungo. L'Agente era appoggiato al muro a
meno di un metro dalla porta. L'Ispettrice fece per chiedergli
assistenza, poi la sua bocca si spalancò per la sorpresa.
Evidentemente non l'aveva sentita uscire, perchè era lì con gli
occhi chiusi e un'espressione sul volto che di sicuro non le
avrebbe mai mostrato volontariamente.
Le si strinse il cuore e sentì un nodo alla gola. *Come hai
potuto, Meg?* si rimproverò, *Fai l'amore con un uomo e il
giorno dopo lo tratti come spazzatura. Cosa vuoi provare? Vuoi
compensare il fatto di aver perso il controllo trattandolo male?*
Lo guardò affascinata mentre prendeva un respiro profondo e
tremante - chiaramente solo il suo autocontrollo gli impediva di
scoppiare a piangere.
In silenzio, senza farsi notare, lei scivolò di nuovo nel suo
ufficio. Aprendo il primo cassetto della scrivania, trovò la
carta da lettera e una penna. Si sedette e iniziò a scrivere.
*Caro Agente Fraser*
Si interruppe, poi cancellò la frase. Troppo formale.
*Caro Ben*
Iniziò a scrivere, e si accorse che la rigidità che era così
difficile da superare di persona era facilissima da ignorare per
scritto. Le sue parole, i suoi pensieri fluirono attraverso la
penna per venti minuti, poi si fermò. Con un sorriso
soddisfatto, mise il suo nome alla fine, poi rilesse la lettera.
Mentre faceva ciò, il pensiero di dare una cosa simile a Fraser
le apparve improvvisamente troppo intimo. Non poteva farlo.
Sentendosi persa e confusa, Meg fece rapidamente la lettera a
pezzettini, raccogliendoli poi e mettendoseli in tasca. Una
lettera, si convinse, era una copertura. Doveva guardarlo negli
occhi e dirgli la verità.
***
Fraser sussultò quando sentì la porta che si apriva,
ricomponendo immediatamente la sua immagine di perfetto ufficiale
della Reale Polizia Canadese a Cavallo che l'Ispettrice si
aspettava. Annuì verso di lei, "Se ora lei permette,
signore, andrei a mettermi l'uniforme."
Con su grande sorpresa, lei gli afferrò il braccio e lo fermò.
"No."
"No?"
Lei gettò nervosamente il capo all'indetro, costringendosi a
guardarlo negli occhi. "Oggi è domenica. Il consolato è
chiuso, non c'è motivo di indossare l'uniforme, no?"
La guardò confuso. "Signore? Lei ha detto ..."
"So cosa ho detto, Ag - Ben. Non importa più. Ero ...
sconcertata ... dalla mia situazione e ho detto alcune cose che,
ripensandoci, non erano forse le più appropriate." Fraser
sapeva di avere probabilmente la faccia più sconvolta che mai,
ma non gli importava. Meg sembrava troppo impegnata con il suo
discorso per accorgersi della sua espressione. "Pensavo che
potremmo andare a pranzo da qualche parte, visto che ci sono ...
cose ... che credo sia necessario discutere. Pensa che sia
possibile?"
"Sì, penso di sì ... penso che sia possibile,
signore." Il cuore gli stava saltellando nel petto, felice
di non aver rovinato tutto alla fine. Forse l'accaduto avrebbe
rinforzato la loro amicizia, e forse, solo forse, quell'amicizia
un giorno sarebbe diventata qualcosa di più. Lui sorrise, un
sorriso che comparve solo brevemente sulle sue labbra e gli fece
spuntare le fossette, ma che gli fece brillare gli occhi come due
gemme. "Decisamente possibile."
FINE