L'ULTIMO WARLORD
di Warrior Hearth
“Hai intenzione di tenertelo?” Chiese Xena dall’alto del proprio
cavallo “Che cosa?” rispose Olimpia perplessa “Il chakram”
“…ehm, no, avevo giusto intenzione di ridartelo” “Hai
imparato ad usarlo bene…” “Bè, ho dovuto…che
te ne fai di un’arma se non la sai usare? Ti confesso che all’inizio
è stato abbastanza difficile da controllare; ma con il passare del tempo
tutto è diventato automatico” Erano in una foresta della Grecia
occidentale, si stavano recando ad una città chiamata Liath. Sembrava
che un warlord ne avesse preso possesso, e mirasse ad estendere i propri domini
sui villaggi circostanti “Strano! Pensavo non ci fossero più warlords
in circolazione!” Aveva esclamato Xena perplessa “Infatti!”
Era stata la risposta di Olimpia, alquanto stupita. Così avevano immediatamente
preso la strada per questa cittadina.
Olimpia porse il chakram a Xena un po’ seccata (se lo voleva tenere!).
Ella lo depose nel gancio sul fianco destro, non prima di avergli fatto fare
un paio di piroette in aria “Aaah, che bella sensazione!” esclamò
soddisfatta “Uffa!” sbuffò Olimpia sommessamente, a bassa
voce, per non essere udita dalla Principessa Guerriera. Xena era incredibilmente
gelosa del proprio chakram; Olimpia si stupì che gliel’avesse chiesto
solo in quel momento. La guerriera si fermò di botto, imitata da
Olimpia. Si guardò un po’ attorno sospettosa, come per cercare
qualcosa, poi gridò “MARTE!!!” Il dio comparve davanti alle
due. “Vedo che con il tempo non hai perso il tuo fiuto…mi stupisci
sempre…” Entrambe scesero da cavallo. Egli allargò le braccia
ed andò incontro a Xena per abbracciarla “Sei tornata e non mi
dici niente?!?” Xena si spostò di lato ed evitò l’abbraccio
“Sinceramente avrei preferito non lo sapessi” rispose con un sorriso
ironico dipinto in volto “Oooh, non sei affatto gentile…capisci?
Gentile…GEN - TI - LE…” “So che vuol dire! - esclamò
Xena spingendolo via - cosa ti fa credere che voglia esserlo?” “Vuoi
farmi credere che non ti interessa niente del dispiacere che ho provato in tutto
questo tempo? Mi spezzi il cuore…” disse portando le mani al petto,
facendo finta di essere triste “Non mi permetterei maaai…”
rispose la guerriera con fare drammatico, portando la mano destra sulla fronte
“Non mi prendere in giro, Xena. Sto dicendo sul serio. Ero molto dispiaciuto
per la tua morte” “Oh! Eri dispiaciuto come l’altra volta,
mente eri occupato con mia figlia?!?” “Eddai, ce l’hai ancora
con me per quella storia?!? Sto cercando di farti capire che questa volta mi
ero davvero preoccupato. Chiedilo ad Olimpia” “Stavolta è
sincero…almeno un po’…credo” disse alzando le spalle
“Marte…sincero? Stai sicuramente scherzando…Marte non lo è
mai stato!” “Così mi offendi! Io so essere sincero, quando
voglio. Il problema è che non voglio quasi mai…” Xena però
non l’ascoltava: stava montando a cavallo. Olimpia la seguì “Senti,
noi andiamo a Liath. Abbiamo un warlord da prendere a calci nel sedere…”
“Già” “Hai detto Liath? Ne ho sentito parlare…dicono
che ora sia governato da uno di nome Rogar. Brav’uomo, davvero…”
“Ecco, lo vedi? È sempre lo stesso! Questo tipo, Rogar, è
un brutto ceffo. Stiamo andando là per restituire il villaggio alla propria
gente…” “…ok, vengo con voi” Xena alzò
le spalle, spronò il cavallo, poi disse “Fai come ti pare; basta
che non ci vieni a mettere i bastoni fra le ruote” “Lo prometto!”
Esclamò Marte alzando le braccia. L’improvvisato ed alquanto bizzarro
trio proseguì la lenta marcia verso Liath “Dimmi, cosa hai fatto
in tutto questo tempo?” chiese il dio della guerra incrociando le braccia
dietro al collo “Moh, non tanto. Razziato, ucciso, sterminato…”
Marte si fermò spalancando gli occhi. Una risata gli sgorgò spontanea
“Non scherzare! Sto parlando seriamente!” “Anche io!”
sbuffò Xena con una vena di ironia nel tono “Un dio egiziano di
nome Seth mi ha riportata in vita, mi ha restituito il potere di uccidere le
divinità e mi ha resa sua schiava. Se non fosse arrivata Olimpia - aggiunse
guardandola intensamente negli occhi - sarebbe stato un vero macello…per
tutti quanti” “Tu…hai il potere di uccidere gli dei?”
“Così pare” rispose Olimpia spensierata, trottando allegramente
sul proprio cavallo. Marte sbiancò in volto e si allontanò di
qualche passo dalla guerriera “A - hem… stacci attenta, ok? Non
vorrei che, diciamo per caso, ti scappasse un fendente, o magari perdessi il
controllo del tuo chakram” “Continua a parlare e potrebbe anche
succedere qualche spiacevole incidente…spiacevole per te, ovviamente”
“Uff…” sbuffò Olimpia. La strada per Liath sarebbe
stata molto, molto, molto…lunga; di certo battibecchi, litigate e dispetti
non sarebbero mancati. Quei due bisticciavano sempre; anche se erano attratti
l’uno dall’altro. Era il loro modo di dimostrarsi qualcosa che Olimpia
non comprendeva. Xena era attratta da Marte. Certo, solo un po’…residuo
del suo passato…il dio invece provava una forte passione nei confronti
della Principessa Guerriera…diversa da quella che provava Olimpia, ma
di pari intensità. Era uno strano senso unico; però del di cose
strane nel mondo ce n’erano; molte delle quali positive, altre no. Olimpia
pensava che questa lo fosse…in parte, almeno. C’erano comunque degli
aspetti negativi nell’influsso che Marte inconsciamente trasmetteva a
Xena… “Incantami con le storie delle tue avventure, o bardo guerriera”
esordì Marte abbozzando un inchino in direzione di Olimpia “Dimmi
cosa vuoi sapere e ti accontenterò” rispose la donna sorridendogli
“Raccontami di come hai liberato Xena…qual è stata l’arma
vincente?” “Amore… - disse sommessamente - amore e morte”
“Amore e morte - ripeté Marte perplesso - strana combinazione”
“Eppure è andata proprio così…” ed Olimpia gli
racconto tutto; dal principio, il seme del dolore, le lotte nel regno di Seth,
la sua ferita, la Sfida Reale e lo scontro finale con Seth, nei minimi dettagli.
Marte era incuriosito da questa divinità di cui non aveva mai sentito
parlare. Era consapevole dell’esistenza di altri dei, ma non si era mai
realmente preoccupato di averne maggiori informazioni. C’erano divinità
egizie, indiane, oltre il grande mare nei continenti occidentali ed in quelli
del sud. Ve ne erano inoltre alcuni nell’estremo oriente, dove quasi nessuno
era andato (per lo meno nessun greco, romano, germanico, macedone o siriano.
Le uniche tre eccezioni erano Xena, Olimpia e Borias, che vi si era recato in
passato…) ma del resto quelle terre uscivano dalla sua area d’azione
quindi perché interessarsene? Seth aveva provato a soggiogare il mondo;
ma aveva dovuto fare i conti con Xena ed Olimpia. Era stato inesorabilmente
sconfitto. Quelle due erano degli ossi decisamente troppo duri per chiunque.
Riuscivano sempre a sconfiggere i propri nemici. Eh, già, non la si faceva
a Xena! Egli l’aveva sperimentato sulla propria pelle anche troppe volte
per i propri gusti. Separate erano distrutte, perse; ma insieme avevano una
forza inimmaginabile, pari a quella degli dei. Eppure Marte non riusciva a comprenderla
del tutto: conosceva l’intensità dell’affetto che le legava,
ma non riusciva ad accettare il fatto che Xena avesse rinnegato quasi interamente
il proprio lato malvagio, l’unica cosa che ancora la rendeva sua “Siamo
arrivati!” Esclamò Xena “Vieni, che fai lì tutto mogio?”
“…eh? Niente…arrivo!” Marte riemerse dai propri
pensieri e seguì le due dentro la cittadina. Liath era ridotta
piuttosto male: le case erano malandate, alcune bruciate, altre distrutte. La
gente vestiva abiti stracciati e laceri, oltre che lerci. In realtà non
sembravano nemmeno umani: erano dei morti viventi cadaverici e scheletrici;
morti di fame. Sembravano non avere più una volontà propria, vagavano
per il villaggio come dei fantasmi. Xena ed Olimpia scesero da cavallo. Un bambino
molto piccolo (Doveva avere all’incirca sette o otto anni) gli si parò
di fronte con le manine protese. Era tutto pelle ossa; uno scheletro con della
pelle cadaverica attorno “Cibo…per favore” mormorò
con un filo di voce. Mossa da infinita compassione, Xena trasse dalla bisaccia
una pagnotta e gliela porse, mentre Olimpia gli diede il proprio otre, pieno
d’acqua. La Principessa Guerriera si inginocchiò e gli posò
una mano sul capo “Dimmi, piccolo, qual è il tuo nome?” “Mi…mi
chiamo Tobias” rispose egli timidamente “Bene, Tobias! Bel nome.
Ora, abbiamo bisogno del tuo aiuto. Noi siamo qui per cacciare via l’uomo
cattivo che vi comanda. Puoi dirmi dove trovarlo?” Tobias sembrò
terrorizzato nell’udire quelle parole. Xena se ne accorse e chiese un
po’ preoccupata “Ehi, che succede? Stai calmo, non ti faremo del
male” “Non è per quello…il Signore punisce chiunque
osi opporsi al suo volere! Ve ne dovete andare o vi ucciderà!”
“Tu dicci dove trovarlo, che noi poi faremo il resto” Tobias indicò
timidamente la collina col dito. Su di esse era situato un imponente palazzo
fortificato dall’aspetto inespugnabile, oltre che raccapricciante “Grazie”
“Avete davvero intenzione di lottare?” “Non preoccuparti,
siamo perfettamente in grado di affrontarlo” “Voi non sapete quel
che dite! Il signore di ucciderà! Nessuno è mai riuscito a batterlo,
anche se molti valorosi guerrieri ci hanno provato” “Stai tranquillo…ora
vai a mangiare la tua pagnotta” rispose Xena sfoggiando un raggiante sorriso.
Tobias fece un profondo inchino e corse in un angolo a mangiare. “Per
fortuna questo Rogar era un brav’uomo! Pensa se fosse stato cattivo, cosa
avremmo trovato…” ironizzò Xena alzandosi “A - ha!
Divertente! Meglio proseguire prima che la spiritosona di turno si metta a fare
altre battute!” le due donne montarono di nuovo a cavallo e galopparono
velocemente su per la collina “Ehi, no, asp…” Troppo tardi.
Erano già quasi in cima “Scortesi!” L’uomo svanì
dal centro della città per ricomparire alla fine della salita, proprio
mentre le due stavano giungendo di fronte al palazzo. “Potevate almeno
aspettarmi!” “Già, quasi non fossi in grado di arrivare qui
da solo, e soprattutto più in fretta di noi!” “Entriamo!”
esclamò Olimpia esasperata, scendendo da cavallo “Come facciamo?”
chiese Marte incuriosito. Le due si guardarono un istante negli occhi con espressione
da furbacchione, poi risposero in coro “Bussiamo!!!” “Ma vi
è dato di volta il cervello?!? E pensate che…” Xena però
stava già bussando all’enorme portone “Ma che parlo a fare,
se poi non mi ascoltano?!?” concluse il dio scuotendo il capo ed accodandosi
alle due. Sei guardie aprirono il grande ingresso del castello. Nemmeno il tempo
di rendersene conto ed erano tutte stese. Era bastato un attimo ai tre per metterle
fuori combattimento: Xena si era avventata su quello che stava in mezzo, l’aveva
stordita e l’aveva scaraventata contro quello che gli era vicino; Olimpia
aveva colpito quello sull’estrema sinistra e poi si era occupata del compare
di sventura, mentre Marte aveva letteralmente fatto volare i due poveracci sulla
destra “Ti ho detto che avrebbe funzionato!” Tutta fortuna…”
“Eh, sempre bravo a criticare tu ma per caso avevi un’altra idea?!?
Dai, spara!” “Bè, secondo il mio modesto parere, sarebbe
stato meglio portare delle catapulte, magari un esercito, buttare giù
il portone ed irrompere come dei prodi conquistatori nel castello seminando
il panico…” “Stai scherzando, vero?” “Una voglia
avresti approvato il mio piano” sibilò Marte “Una volta!
Ma ora è diverso. Siamo entrati lo stesso, senza catapulte, eserciti,
conquistatori e terrore. Se il signor io-so-tutto ha finito, possiamo andare
a stanare questo warlord” Xena si avviò verso il centro del salone
adiacente all’ingresso. Esso si presentava un po’ buio e freddo,
ma adorno di mobili pregiati ed oggetti in oro dalle forme bizzarre (Delle specie
di falchi, sciacalli, cavalli, ed animali che i tre non avevano mia visto prima,
simili a mucche) numerose armi di vario tipo, alcune delle quali sconosciute
a Xena come del resto anche a Marte ed Olimpia, erano appese ai muri. Sotto
il balcone del primo piano era collocato un imponente tavolo in mogano con delle
sedie molto elaborate sistemate attorno. All’improvviso un uomo emerse
dalla penombra e comparve davanti al balcone “Ah! - esclamò Marte
portando una mano sulla fronte - mi sono dimenticato di dirvi che…”
Rogar balzò giù dal cornicione ed atterrò con leggerezza
sul tavolo “Fammi indovinare!” esclamò Xena sarcastica “…è
una divinità” concluse il dio “Ma non mi dire!!” sbuffò
Olimpia battendo le mani sui fianchi “Grazie per averci avvertito in tempo!”
aggiunse Xena un po’ arrabbiata “A dire il vero, io non sono una
divinità comune - disse con espressione grave - vengo da un luogo molto
lontano ed estremamente diverso dalla Grecia; un luogo che non è stato
ancora raggiunto da voi primitivi…è oltre il grande mare dell’ovest.
L’unico motivo per cui sono qui è sconfiggerti, Xena. Ho sentito
dire che la tua forza eguaglia se non addirittura supera quella di noi dei.
Mi è anche stato riferito che avresti il potere di uccidere le divinità;
ma sono sicuro che con me non funzionerà!” “Uff…sempre
la stessa storia! Sono stufa di dover avere sempre a che fare con dei presuntuosi…sembra
che tu e Venere siate gli unici con il cervello a posto…” sospirò
voltandosi verso Marte. Rogar era un uomo alto, moro, con la carnagione scura
e dei lineamenti strani, mai visti nelle terre conosciute. Aveva degli occhi
grandi verdi, le sopracciglia folte, un naso abbastanza pronunciato (non troppo
però) una bocca carnosa, degli zigomi squadrati. Indossava una corona
dorata con delle piume variopinte e sgargianti sulla fronte. Portava un mantello
rosso che teneva sulla spalla sinistra, un gonnellino bianco simile a quello
che usavano gli egizi legato alla vita con una cintura dorata. Era scalzo. Alle
mani ed alle caviglie aveva dei braccialetti formati da piccoli sonagli che
trillavano ad ogni suo movimento. Con la mano destra teneva un lungo bastone
che in cima era intagliato a forma di falco, mentre con la sinistra si appoggiava
all’elsa della spada che teneva appesa al fianco. Sembrava molto sicuro
di sé. Anche troppo. Xena sbuffò storcendo il naso. Rogar aveva
voluto stupirla ed intimorirla, ma non vi era riuscito. Lei non aveva paura
di nulla e di nessuno. “Immagino che il tuo nome non sia Rogar, giusto?”
“Infatti - rispose egli sorridendo - io mi chiamo Ah Puch, e dalle mie
parti sono conosciuto come il dio della guerra.” “Ah…Puch…
- ripeté Xena perplessa - mai sentito un nome così…brutto!
Non te la prendere troppo, eh! Qui i nomi sono molto diversi, e magari
tu trovi orribili i nostri…questione di diversità” Olimpia
fece per dire qualcosa di spiritoso (a stento tratteneva le risate…) ma
poi si trattenne e si accostò a Xena “Hai sul serio intenzione
di lottare? Mi sembra abbastanza spavaldo” “Sta tranquilla - la
rassicurò Xena posandole la mano destra sulla spalla - in fondo ho il
potere di uccidere gli dei!” “Certo, ma lui ha il potere di ammazzare
te! Mi raccomando, eh!” “Non ti preoccupare…” Xena fece
un paio di passi avanti ed estrasse la spata “Avanti, Puchy…ti posso
chiamare così? - esclamò agitando la spada in aria - mostrami
quanto sei forte…” “Io non ho bisogno della forza. Dalle nostre
parti gli dei lottano in un modo diverso dalla vostra rozza e primitiva maniera
di combattere…” aggiunse con tono di disprezzo e superiorità
“Vedremo se la tua sopraffina tecnica sarà in grado di battere
la mia primitiva…” rispose Xena con tono tagliente. Infine l’uomo
impugnò saldamente il bastone con entrambe le mani, lo fece roteare un
po’ sopra la testa e lo sbatté violentemente a terra provocando
un secco rumore. Gli occhi del piccolo falco scolpito sul lato superiore del
bastone si illuminarono, e generarono una potente sfera di energia. Xena protese
la spada in orizzontale, tenendola con entrambe le mani. Riuscì a respingere
l’attacco, che andò a distruggere il muro sulla sinistra. “Notevole…”
Xena so voltò in direzione di Marte ed Olimpia, esclamò disperatamente
“Uscite subito di qui!” “Non ti lascio da sola!” fu
la risposta secca e decisa della bardo guerriera “Ti ho detto di andartene!”
ruggì imperiosa la Principessa Guerriera “Xena, non puoi chiedermi
di…” La donna le si fece incontro, le sorrise dolcemente e le accarezzò
la guancia. Il suo viso poi si fece cupo, e la colpì violentemente alla
nuca con l’elsa della spada. Con un gemito di dolore, Olimpia le crollò
far le braccia, tramortita “Perdonami”. La affidò a Marte
“Portala in salvo”. Il dio la strinse a sé e scomparve. Xena
era pronta ad affrontare Ah Puch senza limiti o preoccupazioni. Il suo stile
di lotta, per quel che aveva visto (e per quel che ne sapeva) sembrava essere
radicalmente diverso da quello che Xena era abituata a vedere ed affrontare.
Puch conosceva il modo di combattere adottato da Xena, mentre la donna non aveva
alcuna idea di cosa avrebbe potuto tirare fuori dal cappello il dio. Egli prese
un sacchetto che teneva nascosto nel mantello e lo aprì lentamente. Ne
trasse un pizzico di polvere color ocra. Con un movimento fluido del braccio
sparse il pulviscolo per tutta la stanza, poi richiuse il sacchetto e lo depose
nuovamente nel posto in cui stava. Xena portò l’avambraccio davanti
al viso per proteggersi ma a nulla servirono i suoi sforzi: quando levò
il braccio, la sua vista era notevolmente diminuita. Vedeva tutto sfuocato,
i colori si mescolavano e le forme si distorcevano “Cosa mi hai fatto?!?”
“È una polvere speciale, ha inibito la tua vista. L’effetto
è temporaneo, dovresti guarire in poco meno di mezza giornata; ma per
allora sarai già morta!” Xena si accovacciò a terra: non
ci vedeva più. Riuscì miracolosamente a rimettersi in piedi; tutto
era più complicato “Sei pazzo se credi che mi arrenda alla prima
difficoltà!” La guerriera impugnò la spada con la mano sinistra
ed il chakram con la destra. I sonagli che Puch indossava erano un vantaggio:
concentrandosi come meglio poteva, e con il silenzio, avrebbe potuto intuire
gli spostamenti del dio. In teoria, almeno. In pratica era tutta un’altra
storia.
Marte portò Olimpia fuori dal castello. Xena era stata chiara: non le
sarebbe dovuto accadere nulla. Quasi ci fosse il bisogno di dirlo… la
depose sull’erba all’ombra di un albero e le si sedete accanto,
attendendo il suo risveglio. La guardò attentamente, come non aveva mai
fatto. Era bella; incredibilmente bella. Il suo viso sembrava quello di una
fanciulla; ciò la rendeva ancora più adorabile. Il suo volto però
era corrugato. Chissà quali erano i suoi sogni tormentati…stava
sicuramente sognando Xena; era preoccupata per lei forse più di quanto
non fosse la guerriera stessa. Era un’ulteriore conferma del tenero affetto
che provavano l’una per l’altra. Ad Olimpia non importava più
della propria vita se c’era in ballo quella di Xena. Lo aveva dimostrato
innumerevoli volte in passato; e sarebbe stata in grado di mostrarlo ancora
se si fosse presentata la necessità. Tutto questo discorso ovviamente
era valido anche per la Principessa Guerriera. Ciò che le legava era
qualcosa di magico, raro, prezioso; una perla in mezzo ad una distesa di sassi
opachi. Olimpia lentamente iniziò a riprendersi; si alzò e prese
a massaggiarsi vigorosamente il collo “Dannazione a te, Xena! Quando capirai
che non sono più una bambina?!?” cominciava a ricordare tutto quel
che era accaduto in precedenza. Fece per fiondarsi di nuovo dentro la fortezza
ma Marte, alzatosi a sua volta, la trattenne, bloccandola per il braccio “Dove
credi di andare?!? Xena è stata abbastanza chiara; ha detto di restarcene
qui buoni” “Al diavolo quel che dice Xena! Non ce la faccio più
a restare qui! Dovrei essere dentro quel maledetto castello a lottare!”
gridò battendo un piede a terra “Non c’è nulla che
tu possa fare là…saresti solo di peso” Olimpia sembrò
scossa nell’udire quelle parole. Prese vita dentro di lei il terrore provocato
dall’idea di essere sempre stato di peso alla guerriera, fin dal principio…no,
non era affatto possibile. Marte aveva esagerato. “Lasciami!” Olimpia
strattonò il braccio e riuscì a liberarsi della presa. Corse verso
l’ingresso. Quando Marte fece per venirle incontro ella portò
una mano in sua direzione e disse “Non ti preoccupare. Resto solo a guardare”
La porta era chiusa. La aprì un po’, lentamente, di quel poco che
bastava per guardare dentro. Xena era accovacciata a terra. Ferita? Morta? Non
ne aveva idea. Aveva il terrore di scoprire che una delle due teorie era esatta.
Non lo voleva. Sul pavimento però non c’era sangue. Per fortuna…forse
quel misterioso ed inquietante dio aveva adottato una tecnica speciale, sconosciuta
ai tre intrepidi guerrieri…forse era solo stordita o addormentata…
o forse no. Ma fu la guerriera stessa a togliere ogni dubbio: si rialzò
barcollando, passò la spada alla mano sinistra e prese il chakram con
la destra. Iniziò a muoversi su se stessa, in circolo. Aveva gli occhi
chiusi. No! Non di nuovo! Non poteva aver perso la vista un’altra volta…
“Xena!” esclamò “Olimpia! Cosa diavolo stai facendo
qui?!? Ti avevo detto di andartene! Detto? Credo che tu l’abbia detto
al mio collo…” Xena incespicava; depose spada e chakram come meglio
poté e si mosse in direzione di Olimpia con le mani protese a cercare
quelle della bardo guerriera. Anche la donna portò le mani in avanti,
finché le due si incontrarono. “Sarei dovuta rimanere…”
“Per finire nel mio stesso casino? No; meglio così…”
“Non puoi continuare a lottare in questi stati” “Posso eccome!!!”
Xena scansò Olimpia di lato e si voltò verso li punto in cui presumeva
si trovasse; ma era totalmente di spalle al dio. “Ehi, guarda che sono
da questa parte, eh!” Xena si voltò di scatto in quella direzione,
prese il chakram e lo lanciò. Dannazione! Non aveva mai provato a farlo
senza poterci vedere…poteva udirne il suono, ma non sapeva come diavolo
fare a prenderlo al volo. Puch comunque riuscì ad evitare l’arma
che continuò a schizzare da ogni parte. I tre che si trovavano dentro
riuscivano a schivarla ogni volta che essa passava loro vicino. “Olimpia!!!
Prendi il chakram!” “Ah! Poco fa avresti detto di farcela da sola…”
“Non ci pensare più! Prendi il chakram!” la donna fece un
salto in avanti ed acchiappò il chakram con la mano destra, giusto prima
che esso andasse a cozzare violentemente contro la faccia di Xena “Per
un pelo…” la Principessa Guerriera era sbiancata in volto; sapeva
di averla rischiata grossa “Ti ringrazio” disse appoggiandosi al
braccio di Olimpia ed alzandosi. Puch era su di loro. Colpì Xena con
il bastone alla nuca ed Olimpia allo stomaco. Caddero entrambe a terra “Meno
male che tu non avevi bisogno di usare la forza…” “Beh; a
mali estremi, estremi rimedi. So che con te non potrei vincere in altro modo.
Mio malgrado, devo adattarmi al tuo stile di combattimento così rozzo
e controproducente” “Vedrai…il mio stile sarà controproducente…ma
per te, mio caro” Xena si rialzò e riprese in mano la spada. Non
era decisa a perdere, per nulla al mondo. Puch l’aveva chiaramente sfidata;
ormai non poteva più tirarsi indietro. Voleva forse dargliela vinta?
Assolutamente no. Nel suo cuore si era riaccesa l’ardore della lotta,
l’aspro sapore dell’attesa, la tensione…emozioni indescrivibili
che non si potevano provare in nessun altro luogo. Aveva un ghigno soddisfatto
dipinto in volto. Non poteva vincere…Puch era troppo forte, superiore,
le rodeva ammetterlo, ma doveva. Ma era giusto coinvolgere Olimpia; la giovane,
generosa, audace ed indifesa Olimpia? Già; perché lei non aveva
il potere di uccidere gli dei, era più esposta. Non poteva rischiare
di perderla di nuovo. La poetessa si era esposta anche troppo in passato per
salvarla…stavolta non sarebbe andata così. “Esci!”
“No, Xena, non ti lascio sola a combattere. Non ce la faresti mai…”
“Devi salvarti…tu devi vivere…te lo meriti…è
molto il bene che potresti fare là fuori…almeno tu ti devi salvare”
le rispose con un dolce sorriso dipinto in volto “Lo sai fin troppo bene
che da sola non potrò mai vivere…non posso farcela, Xena…dopo
essere tornata Giappone, mi è sembrato di morire” “Era un
effetto del seme” “No, Xena, non è così. Il mio dolore
era autentico, dovresti saperlo! Quando mi sono imbarcata su quella nave era
come se mi fossi lasciata qualcosa alle spalle…dannazione, ne abbiamo
passate tante assieme; troppe per poter separarmi da te…le nostre anime
sono unite, ricordi ?” Olimpia stava piangendo mentre pronunciava quelle
amare parole. Xena però riuscì ad accorgersene solo dal tono incerto
e tremolante della sua voce “No…” disse iniziando a piangere
a sua volta “Sei tu quella che piange ora” Xena portò in
avanti la mano ed accarezzò il volto della donna, asciugandole le lacrime.
Fu un attimo. Le mani delle due si incontrarono, stringendosi saldamente “Sei
così coraggiosa…” disse sommessamente Xena chinando il capo
“Ho imparato da te…” rispose Olimpia sorridendo “Eh,
magari… vorrei tanto essere forte come te…eppure non riesco a trovare
il coraggio di andare avanti; eppure so che se tu morissi, per colpa mia, non
riuscirei più a vivere…in qualsiasi caso non potrei mai andare
avanti senza di te” “E allora vedi che siamo pari? Dobbiamo andare
incontro al nostro destino, insieme” “e allora, avete intenzione
di combattere o volete restare lì a farvi gli occhi dolci?!? Scusate
ma io mi sento un po’ da parte, qui… scusate se vi disturbo, sapete,
eh?!?” “Ma figurati, caro!” “Arriviamo…”
“Fra un po’ maledirai il momento in cui ci hai sfidate!” Olimpia
prese le proprie armi. Era la resa dei conti. Dopo anni di avventure, lotte
e vicende entusiasmanti, avevano trovato qualcuno che forse era più forte
di loro. Ah Puch batté di nuovo il bastone a terra e creò un’altra
sfera di energia che scagliò addosso alle due. Olimpia gettò Xena
a sinistra e si lanciò sulla destra. Non fece abbastanza in tempo: fu
colpita gravemente al fianco sinistro. “Aah!” “Olimpia!”
La giovane ricadde a terra in preda al dolore; Xena era in ginocchio e cercava
di raggiungerla a tastoni, senza riuscirvi “Mi fate pena…sembravate
imbattibili poco fa; ed ora siete lì per terra, entrambe indifese, in
attesa del giudizio finale… beh, io vi condanno alla pena di morte”
Xena riuscì finalmente a raggiungere l’amica “Olimpia…
che ti succede?” “Il fianco…” fu l’unica cosa
che riuscì a dire. Era in preda alle convulsioni. Quella maledetta sfera
di energia era dannatamente potente. Xena pianse amare lacrime; non per la propria
imminente fine, ma per il tragico destino che Olimpia aveva dovuto condividere
con lei. Lentamente la vista iniziava a tornarle. Strano: non erano passate
nemmeno due ore da quando era stata esposta alla polvere. Dapprima era tutto
confuso; poi i dettagli cominciarono a venire a galla, per primi gli occhi della
giovane poetessa “Ci vedi?” chiese debolmente Olimpia “Sì”
rispose Xena prendendo la mano che ella aveva proteso in sua direzione. “Ora
ti porto in un luogo sicuro” “No… voglio…restare con
te…” “Non ti preoccupare” Xena la colse fra le braccia
e la portò un poco più lontano, dietro una colonna, dove c’era
ombra “Non puoi più combattere…resta qui” la depose
al suolo, poi prese degli stracci che trovò su di un tavolo e li pose
sulla ferita “Restatene qui buona” la donna annuì “Riposa”
“Non pensi che il nostro amico ci stia dando un po’ troppa libertà?”
“Lui è convinto di averci già battuto, si sente superiore.
Sarà proprio questo che lo porterà alla sconfitta” Xena
si voltò, prese in mano la propria spada e corse incontro a Puch “Il
vero scontro inizia ora!!!” il dio estrasse a sua volta l’arma che
teneva appesa al fianco sinistro. Era una sciabola, sembrava molto resistente,
con un’elsa dorata e decorata con pietre preziose. La Xena di un tempo
avrebbe ucciso solo per poter possedere quella spada. Ora però il suo
unico scopo era quello di sconfiggere Ah Puch, per quanto disperata potesse
sembrare la sua impresa. Le due spade si incrociarono, come pure gli sguardi
minacciosi dei due contendenti. Puch fu sbalzato indietro. Sul piano fisico
Xena era più forte…ma il dio aveva molti assi nella propria manica;
numerose tecniche segrete contro cui la Principessa Guerriera era totalmente
indifesa. Infatti egli trasse dal mantello un altro sacchetto scarlatto e lo
aprì lentamente. Xena si allontanò il più possibile da
lui. Puch sparse nuovamente la povere per tutta la stanza “Olimpia! Copriti
il volto con uno straccio!” la giovane obbedì, e fu salva. Xena
invece si limitò a portare il braccio davanti al viso, come aveva fatto
in precedenza. E, come prima a nulla servì. La guerriera si inginocchiò
impotente. Non riusciva a muovere nessun muscolo. “Xena!” “Non…mi…posso…muovere”
pochi istanti e la paralisi fu completa. “Ah! Ah! Ah! Ora non sfuggirai
alla sconfitta, mia cara Xena!” con la spada protesa in avanti, Ah Puch
si preparava a colpirla. Olimpia si alzò di scatto e corse in sua direzione.
Piantò le proprie armi nello stomaco del dio. Egli non si scompose nemmeno:
non provava dolore. L’unica in grado di ferirlo era Xena. Puch colpì
la bardo guerriera con un potente calcio direttamente sulla ferita. Ella piombò
di nuovo nel punto in cui era stata posta da Xena; tramortita. “Avresti
fatto meglio a restartene ferma come ti aveva detto la tua amica, e forse ti
saresti salvata!” “Che razza di vita avrei potuto condurre sapendo
di aver lasciato morire la mia migliore amica senza muovere un dito?!?”
Puch scosse il capo sorridendo, poi si voltò nuovamente verso Xena. “Ed
ora a noi”. I suoi occhi erano colmi di rabbia; gridavano vendetta per
l’amica che aveva malamente ferito. “Xena…non puoi nemmeno
muoverti ed ancora cerchi di salvare la tua amica? Se la metti in questo modo,
finirò prima lei, in modo tale che la sua sofferenza non duri ancora
a lungo” sferrò un micidiale pugno sul viso alla donna e la fece
voltare in direzione di Olimpia “goditi lo spettacolo!” “Nooo!”
ma Puch era già davanti ad Olimpia, con la spada alzata al cielo pronta
ad ucciderla, una volta per tutte. Con un incredibile sforzo di volontà,
oltre che fisico, Xena riuscì a mettersi in ginocchio e cominciò
a muoversi carponi verso i due. Man mano che si avvicinava, i suoi movimenti
divennero leggermente più fluidi. Si alzò a fatica, e si trascinò
verso Ah Puch. Quando gli fu dietro, allungò la mano e fermò la
spada che stava per piombare sulla giovane donna. Gli occhi della poetessa,
prima terrorizzati, ora erano sereni, anche se un po’ preoccupati “Cosa?!?
Come diavolo hai fatto a muoverti?!? È impossibile!!!” Xena aveva
tolto a Puch la spada di mano, e aveva cercato di piantargliela nello stomaco.
Ma le forze l’abbandonarono momentaneamente ed essa andò a conficcarsi
nella gamba destra del dio. La donna ricadde a terra esausta. Almeno l’aveva
colpito. Il sangue usciva a fiotti dalla ferita dopo che egli ebbe estratto
la spada. Xena era a terra esausta, ansimava vistosamente; eppure era ancora
viva…aveva avuto la forza di alzarsi, di colpirlo…per cosa poi?
Per salvare quella insignificante giovane? Il dio si inginocchiò a terra
dolorante. Non aveva mai provato nulla di simile. Ora conosceva la devastante
forza del potere posseduto da Xena. Fino a quell’istante era stato scettico
in proposito; ma si era dovuto ricredere. Da cosa derivava quel terrificante
potere? Dall’affetto che provava per la propria amica, Olimpia. La guardò.
Si era rialzata, e si stava muovendo a passi lenti e trascinati verso la propria
compagna di viaggi. Le si sedette accanto “Allora; noi 1, Puchy 1”
“Gli scontri qui cominciano a diventare massacranti; penso proprio che
mi ritirerò in un bel posticino caldo e soleggiato, con una spiaggia
dorata e un sacco di cibo…” “Sei sicura di sentirti bene?!?”
“Come no! Escludendo il fatto che non posso muovere un solo muscolo e
che sono completamente esausta, tutto bene.” Scoppiarono entrambe a ridere.
‘che diavolo ci troveranno mai da ridere quelle due in mezzo ad una battaglia
che stanno perdendo?!?’ “questa è la fine” “Certo…
almeno ce ne andremo assieme” “È il nostro destino”
Le due si presero per mano e chiusero gli occhi, in attesa della fine. Puch
si rialzò e raccolse la spada. Si mosse zoppicando verso le guerriere,
deciso a farla finita una volta per tutte. Quello scontro era durato anche troppo
per i suoi gusti. Xena era stata un valido e valoroso avversario; ma quella
lotta doveva finire. Una luce sfolgorante esplose improvvisamente nella stanza.
Quando essa scomparve, un uomo comparì davanti ad Ah Puch. Stava bloccando
la spada del dio. “Tezcatilpoca!!! Che diavolo stai facendo?!? Sai che
devo ucciderle! Sono una minaccia per tutti noi! Guarda la mia gamba! Mi hanno
ferito, dannazione! Nessuno oltre a te l’aveva mai fatto prima!”
“No, Ah Puch, non puoi ucciderle. Non è giusto farlo” “Allora
ti vuoi mettere di nuovo contro di me… tu e i tuoi maledetti compari aztechi!”
“Qualcosa contro i miei fratelli?!? Saranno meglio i maya!” Xena
aprì lentamente gli occhi. Quelle due divinità stavano bisticciando
fra di loro come due galletti. Non riusciva a capire. Il nuovo arrivato era
alto, simile ad Ah Puch per colore della pelle, ma egli aveva lineamenti delicati,
meno marcati di quelli di Puch. Indossava un mantello nero sulla spalla destra
e dei calzari simili a quelli romani. Sul fianco sinistro aveva appesa una spada.
Anche egli indossava una corona dorata; ma non aveva piume. Era invece marcato
un leone su di essa, al centro. Aveva anche una preziosa collana in oro, simile
a quella indossata dai faraoni egiziani. Era a torso nudo, come Puch, coperto
solo in parte col mantello. Ed ovviamente, il solito gonnellino bianco. “E
tu chi sei? Ti ringrazio per il tuo aiuto; ma questa è la mia lotta”
“Il mio nome è Tezcatilpoca, e fra la mia gente sono conosciuto
come il dio del nord, del cielo. Noi due - aggiunse indicando Puch - proveniamo
da due diverse stirpi di divinità che regnano sul medesimo territorio.
Questa è anche la mia battaglia, Principessa Guerriera. Ci combattiamo
ormai da millenni per stabilire quale delle due casate abbia il diritto di dominare
sulle terre dell’ovest” “È chiaro che sarà la
mia stirpe a dominare! Voi siete troppo buoni, verrete sopraffatti!” “E
voi siete troppo crudeli; per cui verrete sconfitti. Queste due guerriere sono
valorose, meritano di vivere molto più d te” Puch tentò
di colpire Tezcatilpoca con la spada ma egli, estraendo la propria, parò
l’attacco “Senti, Tezca - coso… io non so che cosa succede
fra di voi, e sinceramente non me ne importa assolutamente nulla…ma questo
scontro l’ho iniziato io e sarò io a terminarlo” “Allora
chiariamo le cosa! 1…mi puoi chiamare anche Tezca. 2. Puch si è
intromesso in una civiltà a lui estranea ed ha tentato di sottometterla
ai maya…non avrebbe dovuto. È ora di ricacciarlo a casa propria,
dove verrà punito adeguatamente. A noi divinità azteche e maya
è proibito interferire con la gente delle terre oltre il grande mare;
ha trasgredito alla prima delle nostre leggi” “In questo caso…è
tutto tuo. Ho una sola richiesta da farti…non è che potresti rimetterci
in sesto? Hai il potere di farlo?” “Certamente” Tezca prese
per mano entrambe le donne, si concentrò e, pronunciando uno strano rito
(il linguaggio che usava era veramente bizzarro!) riuscì a guarire le
guerriere “Ti ringrazio…” disse Xena rialzandosi “Permetti
che ti dia una mano?” aggiunse poi riprendendo da terra la propria spada
“D’accordo. Fai attenzione, però…non lo dobbiamo uccidere.
Verrà sottoposto ad una punizione adeguata nelle sue terre” “Uff…ok,
non lo uccido…” rispose Xena seccata. Voleva vendetta. Il suo cuore
era colmo di una rabbia che non riusciva a placare in alcun modo. Puch sembrò
molto spaventato. “Ok, ora è abbastanza per me” se la diede
a gambe come un codardo, svanendo. In fondo Puch non era niente altro se non
un vigliacco buono solo a prendersela con i più deboli. Ma i conigli
in un istante si erano tramutati in leoni, ed egli era fuggito. “A quanto
pare non abbiamo dovuto nemmeno lottare” “Maledizione!” esclamò
Xena deponendo la spada “Avrei voluto lasciargli un bel ricordino…”
“Bè, Xena, abbiamo vinto. Non ti basta?” disse Olimpia rialzandosi
“Hai ragione” le rispose ella sorridendo “Ora è tempo
che io ritorni dalla mia gente. Mi stanno sicuramente aspettando” una
ombra oscura però irruppe fra i tre. Era di nuovo Puch. “Non è
ancora finita!” Xena prese di nuovo la spada, pronta a combattere. Egli
però si limitò ad afferrare Olimpia per un braccio ed a scomparire
“Xena!!” gridò lei spaventata prima che Puch la portasse
via “Noooo!” “Maledizione a te, Puch! Non lo dovevi fare!”
esclamò Tezca “Dove l’ha portata?!?” “Conosco
un luogo in cui andava sempre…un posto sicuro per lui” “La
dobbiamo riportare qui!” Xena depose nuovamente la spada “Questa
volta per Puch non ci sarà scampo. Dobbiamo andare subito ad Uxmal; i
miei fratelli sapranno di sicuro cosa fare “Giuro che se la tocca, io
l’ammazzo!” “Non preoccuparti per la tua amica; Puch è
vile, ma non fino al punto di ucciderla senza una ragione più che valida.
Lui la ritiene più importante come ostaggio” “Sto arrivando,
Olimpia…” Tezca pose una mano sulla spalla di Xena ed insieme svanirono.
Marte, nascosto all’entrata, rimase ancora qualche istante attonito. Non
poteva credere ai propri occhi: era successo il finimondo, ed egli non aveva
saputo fare niente.