NEL REGNO DEI MAYA
di Warrior Hearth
Tezca e Xena ricomparvero all’ingresso di una colossale città,
con maestose abitazioni e stupefacenti templi interamente costruiti in oro.
La guerriera restò estasiata: non aveva mia visto nulla di così
grandioso; le case si perdevano a vista d’occhio, sembravano disposte
in un ordine preciso che Xena non riusciva a spiegasi…ma non erano di
certo collocate a caso. Tutte quante avevano dipinto su una delle facciate animali,
uomini, scene di vita o riti strani. La gente era vitale; i bambini correvano
per le strade e giocavano felici, le donne si occupavano delle faccende domestiche
e gli uomini si raggruppavano per discutere, o magari per conversare. Gli abiti
indossati dagli uomini erano simili a quelli di Puch e Tezca; mentre le donne
vestivano lunghe vestaglie che variavano di colore; dal bianco al giallo, azzurro,
arancione, viola, fino al rosso scarlatto. Esse portavano preziose collane in
oro, e bracciali, orecchini, anelli; perfino le cinture che legavano alla vita
erano in oro…Xena non ne aveva visto mai così tanto tutto in una
volta…i templi, poi! Quelli si che avrebbero fatto perdere la testa alla
gente della Grecia… i muri erano fatti in oro! Sembrava che quel materiale
prezioso sbucasse dal terreno; o magari piovesse dal cielo. Mai visto nulla
del genere! “Avete molto oro, qui” “Sicuro…” esclamò
Tezca, quasi fosse una cosa normale “In queste terre ci sono numerose
miniere di oro da cui viene estratta ogni anno una quantità inimmaginabile
di questo metallo. Dato che non è adatto per costruire armi, lo usiamo
per fare decorazioni” “C’è gente capace di portarsi
via l’intera città per ingordigia, in Grecia” “Sul
serio?!? Da noi non vale poi molto…piuttosto quel che ci costa caro sono
le spezie” Buffo. Le regole sembravano invertite in quel bizzarro mondo:
quello che nel mondo conosciuto era ritenuto prezioso, lì non valeva
nulla; ciò che era considerato economico, a buon prezzo, in quella strana
terra valeva una fortuna. Una risata scaturì spontanea dal petto della
guerriera “Che ci trovi di tanto divertente?” “Da noi è
esattamente l’opposto…” “Entriamo nella città…abbiamo
un compito da assolvere” “Giusto” concluse Xena ritornando
seria. Dovevano salvare Olimpia. Quel maledetto di Puch non l’avrebbe
passata liscia. Aveva sgarrato una volta di troppo; quell’errore gli sarebbe
costato la vita. Rapire la giovane poetessa era stato l’errore più
grosso della sua vita. Non avrebbe dovuto portargliela via. Avrebbe subito tutta
la rabbia di Xena. “Che cosa c’è di così importante
in questa città?” “Uxmal è la città natale
di Puch…potrebbe essere qua” “E se non lo fosse?” “Vedi
quella collina, laggiù in fondo?” “Sì, e allora?”
“C’è un tempio enorme. Quello è il tempio più
grande dedicato ad Ah Puch; il suo preferito. Di solito si trova lì dentro.
Certo se non è impegnato a…” “Che cosa?” “…
a mettere in pericolo l’ordine galattico” “Di cosa stai parlando?!?”
“Niente, lascia stare…” ‘ordine galattico…che
razza di diavoleria è mai questa? A me non piace per niente il luogo
in cui mi ha portato. I templi sono in oro, la gente è piena di oro.
Troppo strano per i miei gusti. Secondo me questo Tezca o come diavolo si chiama,
non me la racconta giusta. Devo assolutamente fare luce su tutto’ I due
attraversarono la città e salirono su per la collina. Xena era taciturna
e pensosa; eppure Tezca era sicuro che avesse un milione di domande da porgli.
Sarebbe stato più che disposto a risponderle, se solo lei si fosse decisa
a parlare “Non ti senti bene?” “No, anzi…” niente.
Non chiese niente. Il dio iniziava a preoccuparsi. Che avesse reagito male a
troppe novità in così poco tempo? Era sospettosa. Forse non si
fidava di lui. Ne aveva piena ragione. Ella veniva da un mondo completamente
diverso da quello; una realtà in cui bisognava essere scaltri, forti
ed estremamente astuti per riuscire a sopravvivere. Xena era una donna eccezionale;
aveva un ingegno sorprendente; un’acutezza incredibile ed un animo buono,
generoso, pronto a soccorrere buoni e cattivi indiscriminatamente (bè,
forse i cattivi un po’ meno…) avrebbe potuto condurre una vita da
regina, e da quanto sapeva del suo passato poco ci mancò che accadesse;
ma poi aveva incontrato Olimpia e tutto era cambiato. Aveva iniziato ad usare
le proprie doti per aiutare chi aveva bisogno, vagando per il mondo seguendo
il richiamo delle persone in difficoltà; balzando di paese in paese per
sconfiggere persone crudeli ed infami…come Puch. Il rapimento della giovane
probabilmente l’aveva sconvolta. Avrebbe dovuto prendere l’iniziativa
“Senti, Xena, so che non ti fidi di me, ma devi sforzarti. Io posso aiutarti,
sono l’unico qui che ha abbastanza fegato per farlo. Per cui, ti prego,
poni tutte le domande che vuoi. Io risponderò” “Allora…primo!
Che diavolo vuol dire ‘ordine galattico’? Poi; devi raccontarmi
un po’ di più sulla cerchia di dei che regnano in questo mondo
strambo” “Risposta numero uno: l’ordine galattico è
l’ordine del cielo, degli dei, l’equilibrio precario che tiene in
piedi il mondo. Risposta numero due: come avrai già capito, questo luogo
è dominato da due diverse famiglie di divinità. Una è quella
degli aztechi; l’altra è quella dei maya. Io faccio parte della
prima casata; rappresento il cielo, la provvidenza, sono inoltre l’inventore
del fuoco” “Impossibile! Fu Zeus ad inventarlo, e Prometeo a portarlo
agli umani. C’ero anch’io!” “Certo; nella Grecia è
andata così; ma nel regno azteco le cose sono diverse. Con me ci sono
anche Xepa Totec, dio dell’ovest, dio della guerra, della caccia, del
solo, padrone del mondo corrisponde un poco a colui che chiamate Giove. Poi
c’è Quetzalcoatl, dio dell’est, che è il padrone del
vento e protettore degli artigiani. È molto attraente; corrisponde per
ruolo alle divinità che chiamate Venere, o Diana, a scelta. Huitzilopochtili
invece è il del sud, ma non lo frequento molto quindi non saprei di preciso
quale è la sua funzione…ci sono inoltre Tlaloc, dio della pioggia
che lancia saette sulla terra, Coatlicue, dea della terra, madre di Huitzy (come
aspetto e carattere è molto simile a Giunone…) e Xochiquetzal,
dea dei fiori (lei invece è molto attraente e gentile; non farebbe mai
del male) per finire c’è Xochipilli, sua sorella, dea della bellezza.
Le divinità Maya invece sono Hunab, anch’egli affine a Giove Totec;
Itzamma, dio del cielo, figlio di Hunab. Egli ha fatto dono alla propria della
scrittura e del calendario” “Calendario? Di cosa si tratta?”
“È uno strumento con il quale possiamo contare giorni, lune, lustri.
Un altro dio spesso assieme ad Itzamma è Kinch Ahau, divinità
del sole, un altro loro compare è Chaak, dio della pioggia; associato
spesso al serpente. Detto fra noi non è per niente bello: è basso,
paffuto con un lungo naso… un dio pacifico è Yumtaax; divinità
protettrice dei raccolti. Un'altra divinità benigna è Kukulcan,
dio del vento. Infine vengono Ah Puch, dio della morte ed Ek Chuah, divinità
della guerra. Ecco, questi sono gli dei maya ed aztechi. Soddisfatta?”
“Vedo che le cose sono molto simili qui…” “Certo, il
carattere degli dei aztechi e maya è molto simile a quello dei greci:
pigri, svogliati, arroganti, prepotenti, bugiardi, meschini. Malgrado si definiscano
superiori; sono molto più umani di quel che vogliano ammettere.”
Tempo di accorgersene, ed erano in cima. Il tempio di Puch era maestoso, brillava
di una intensa luce dorata. L’ingresso era aperto, quasi li stesse aspettando.
“è qui” bisbigliò Tezca tranquillo “Come fai
a saperlo?” chiese Xena incuriosita “Sento la sua presenza”
rispose egli alzando le spalle “Un po’ come faccio io con Marte…”
“Sì, qualcosa del genere” “Entriamo! Dobbiamo dare
a quel cane ciò che si merita…” Xena estrasse la spada dal
fodero e si diresse verso l’ingresso. Ella varcò lentamente la
porta; seguita da Tezca che aveva nel frattempo estratto la spada “Puch!”
gridò all’improvviso “Mostrati, lurida serpe!” l’uomo
uscì da una porta collocata di fronte a loro. Era calmo e risoluto “Ma
bene; entrate nel mio tempio senza il permesso e vi mettete pure ad offendere…potrei
anche arrabbiarmi, sapete?” disse socchiudendo gli occhi. La donna scattò
fulmineamente in avanti e puntò l’arma alla gola del dio. Egli
non se ne accorse nemmeno “Ora, le scelte sono due: o tu liberi la mia
amica e ti consegniamo al giudizio dei tuoi compari maya; o non obbedisci, ti
taglio la gola Olimpia la cerco da me” “Oooh, non penso proprio.
Se tu mi uccidi, la tua cara compagna farà la stessa fine. Guarda”
il muro scomparve, aldilà di esso c’era una stanza ben più
grande; ma il pavimento era assente: al suo posto si estendeva un colossale
dirupo che sembrava non avere fine. Dal tetto scendeva una corda di luce rossastra
cui era appesa come un salame la giovane Olimpia. Ella si dimenava, scalciava,
ma l’unica cosa che riusciva ad ottenere era di vorticare su se stessa
e stringere ulteriormente la stretta della corda. “Vedi, la tua cara amica
è legata al soffitto con quel fascio di energia che creo ed alimento
con i miei poteri. Se io morissi, la corda si disintegrerebbe e la bella poetessa
finirebbe giù nel baratro” “Sai quel che me ne importa! Sono
benissimo in grado di salvarla se la tua stramaledetta corda si spezza!”
Xena mollò la presa, corse verso la stanza. Lanciò il chakram.
Esso si divise in due. Una parte si conficcò sul muro, l’altra
andò a spezzare la corda; o per lo meno ci provò: rimbalzò,
ed andò a sfiorare il povero Tezca che schivò per un pelo il temibile
colpo. Xena atterrò sul pezzo che si era saldamente ficcato nel muro.
“Maledizione!” “Ah! Ah! Ah, Xena! Non è semplice come
pensi!” “Lo vedremo” Xena prese il pugnale che teneva nascosto
nello stivale e lo lanciò contro Puch. Egli venne colpito al braccio
sinistro. La resistenza della corda iniziò a venire meno. Lanciando la
spada, Xena riuscì a spezzarla; balzò di nuovo, prese Olimpia
al volo ed atterrò sull’altro lato della stanza, di fronte alla
porta “Stupefacente…” Xena raccolse la spada che era caduta
un poco più avanti ed appoggiò Olimpia a terra “Non te l’aspettavi,
vero?” “A dire il vero conosco molto bene le tue astuzie e mi sono
prevenuto. Guarda meglio la tua amica” La donna che aveva salvato non
era Olimpia. Le assomigliava molto, ma non era lei “Maledetto!”
Urlò Xena “La nostra disputa non è ancora terminata! Sai,
la cara Olimpia sarebbe stata disposta a morire pur di non darmela vinta…ma
io non glielo permetterei mai…non vorrei che dopo tu scatenassi la tua
furia su di me” “Che cosa le hai fatto?!?” “Oh, niente
di particolare… ad ogni modo lo vedrai molto presto, quando avrai modo
di incontrarla di persona…a Kukucha” Puch svanì nel nulla
“Dannazione!” Xena recuperò una parte del chakram, quella
conficcata alle spalle di Tezca. La lanciò contro l’altra metà.
Il chakram si ricompose, rimbalzò contro il muro e tornò fra le
mani della Principessa Guerriera “Dove diavolo si trova questa città?”
Dall’altra parte del continente, più a sud” “Muoviamoci,
allora” Tezca prese Xena per mano e la trasportò nella suddetta
città “C’è una cosa che non ti ho detto di Kukucha.
Era una fiorente cittadina fino a qualche tempo fa…poi è stata
invasa dall’esercito di Puch, che la distrusse completamente. Era l’unica
che ancora non gli pagava i tributi. Ora è un cimitero di animali selvaggi,
ed una postazione per Puch. Nessun mortale infatti ha il coraggio di avvicinarsi;
ed egli può fare ciò che vuole.” “A me non fa per
niente paura. Entriamo” la cittadina (se tale la si può definire)
era totalmente rasa al suolo; nessuna casa era rimasta in piedi; i templi erano
stati smantellati, rimanevano solo le fondamenta; probabilmente l’oro
era stato fuso ed utilizzato come remunerazione per i soldati dell’esercito
di Puch. Essi non tardarono a mostrarsi: erano i difensori di Kukucha, pronti
a combattere fino alla morte per proteggere il proprio padrone. E l’avrebbero
trovata di sicuro, la morte, se si fossero messi contro Xena. Ella estrasse
la spada e si avventò su quelli che aveva di fronte, ammazzandoli uno
ad uno, senza pietà alcuna. Gli uomini cadevano come fuscelli sotto i
pesanti colpi dell’arma. Prese in mano il chakram e lo lanciò.
Esso rimbalzava da un lato all’altro delle strade, compiendo delle vere
e proprie stragi: nessuno era in grado di evitarlo. Anche Tezca si buttò
nella mischia (quasi ce ne fosse il bisogno… Xena li stava uccidendo tutti
da sola!) e prese a combattere con quelli che venivano dai lati. La sua spada
era speciale: ogni fendente provocava una forte folata di vento che andava a
tranciare come una falce i malcapitati che gli si opponevano. In pochi minuti
l’intero esercito di Puch era sconfitto; i corpi inerti disseminati lungo
le vie della città, a coronare un paesaggio di distruzione e morte. “Dove
potrebbe trovarsi Puch?” “Laggiù, alla fine della città.
Una volta c’era un tempio di Kukulcan. Era molto ampio. Puch deve essersene
sicuramente impossessato” Tezca fece strada a Xena lungo le vie di Kukucha.
La camminata era un vero e proprio zigzagare fra i corpi dei soldati. “Sbrigati!”
Xena non aveva più pazienza. Era a dir poco furiosa. Voleva uccidere
Puch, ma soprattutto liberare la propria amica. Aveva il terrore di scoprire
cosa potesse aver fatto Puch ad Olimpia, di come avrebbe potuto cambiarla. Non
avrebbe mai voluto vedere la sua giovane compagna cambiare, scrutare nel profondo
dei suoi occhi e capire che la loro luce era svanita. Non se lo sarebbe mai
perdonato. In fondo era colpa sua se la mite poetessa era stata trascinata in
quel mondo di guerrieri feroci e crudeli, dove solo chi aveva coraggio e fermezza
sopravviveva. Sarebbe stata sicuramente meglio a Poatidea, nel suo piccolo villaggio,
conducendo una vita tranquilla e spensierata…
“Siamo arrivati” “Cosa?” “È questo il tempio”
“Ah… d’accordo” Per la seconda volta, Xena varcò
l’ingresso del tempio in cui si sarebbe dovuto trovare Ah Puch. Ormai
il sole stava per tramontare, e le stanze erano tetre, avvolte dall’ombra.
E per la seconda volta in quel giorno, gridò “Fatti vedere, Puch,
maledetto!” egli comparve di fronte a loro “Hai un bel modo di invocare
gli dei!” “Sai, sono abituata così. Veniamo al dunque. Dove
si trova Olimpia?!?” “Piano, piano, fra poco ci arriveremo”
egli si voltò ed aprì la porta di fronte a sé, che dava
ad un immenso salone. Esso era probabilmente usato dai soldati per allenarsi,
a guardare l’arredamento. Alla sinistra, impegnata in un combattimento
simulato con un soldato, c’era la bardo guerriera “Olimpia!!”
esclamò Xena; felice anche se terribilmente preoccupata. La donna infatti
si voltò e la guardò disorientata, come per chiedersi chi fosse
quella straniera che la aveva disturbata. Era lei, o un’altra che le assomigliava?
Se era lei, perché non le aveva risposto? Che voleva dire quello sguardo
indagatore? Perché non l’aveva riconosciuta? “Olimpia…sono
io” lo sguardo della giovane sembrò più accigliato “Tu…chi?
Ci siamo già viste?” chiese venendole incontro “Ho questa
strana sensazione di familiarità con il tuo volto…” aggiunse
giungendole di fronte. La poetessa ora indossava abiti da combattimento simili
a quelli amazzoni, ma più pregiati, di miglior fattura; con le spalline
in oro ed una corona di piume, dei polsini in ferro e calzari in cuoio. Per
il resto era come sempre. Certo, se si escludeva il fatto che non era più
lei. Xena guardò Olimpia intristita, e si voltò verso Puch “Che
diavolo le hai fatto, maledetto?!?” venne colpita da una bastonata in
volto “Non ti permetto di offendere il mio padrone e dominatore assoluto!”
esclamò la giovane. Era stata lei a colpirla “Oh, semplice…ho
annullato la sua memoria, l’ho trasformata in una mia fedele servitrice
“Sembra che voi dei non sappiate fare altro!” gridò Xena
furiosa, riferendosi alla precedente avventura con Seth. Si rialzò lentamente
e si avviò in direzione di Puch. Gli arrivò tanto vicino da sussurrargli
all’orecchio “Falla tornare quella di un tempo o giuro che finirai
davvero male…” “Non mi puoi uccidere nemmeno stavolta…
solo io ho il potere di restituirle i suoi ricordi” “E chi ha detto
che ti voglio uccidere?” Xena usò il pinch sul dio. Egli cadde
in ginocchio boccheggiando. Non era mai stato colpito da un attacco così
devastante. Olimpia fece un passo all’indietro. Ricordava quel tocco.
Un ricordo le balenò in mente “Se solo mi rimanessero trenta secondi
di vita è così che vorrei viverli; guardandoti negli occhi…”
e la persona che pronunciava quelle magiche parole era proprio colei che aveva
attaccato il suo signore. Perché le era passato per la mente un pensiero
simile? Era una prova del fatto che quella donna l’aveva già incontrata.
E poi quegli occhi…erano così tristi, disperati…come se cercassero
qualcosa nei suoi senza trovarvela. Sosteneva di conoscerla, ma come faceva
se Olimpia non aveva la minima idea di chi ella fosse? Non sapeva nemmeno quale
fosse il suo nome… però avrebbe dovuto agire, per aiutare uno o
l’altro contendente. Ma chi? Il proprio padrone o quella straniera dallo
sguardo conturbante? Infine si mosse e puntò il bastone alla gola della
straniera “Ritira subito il tuo incantesimo!” “Ah, non ti
preoccupare… l’hai scordato? Trenta secondi e la smetto” Un
altro ricordo le invase la mente. Vide quella donna fare lo stesso trucco ad
un uomo, e poi dire “Ho bloccato l’afflusso di sangue al tuo cervello.
Ti restano solo trenta secondi di vita, a meno che tu non mi dica tutto quello
che sai” “Trenta secondi…” ripeté pensosa. Aveva
sentito quella frase milioni di volte, ne era sicura. Ma non ricordava nessuna
delle occasioni, tranne quelle due che aveva mentalmente rivissuto. Xena la
prese per le spalle “Stai bene?” “lasciami!” Olimpia
si divincolò fino a liberarsi dalla presa della guerriera Puch era ancora
in ginocchio, boccheggiante. Xena lo liberò dalla mossa ed egli poté
di nuovo respirare. “Visto?” “Qual è il tuo nome?”
chiese Olimpia confusa “Sono io, Olimpia…Xena” “Olimpia?
Chi diavolo è questa Olimpia? Il mio nome è Chaka” “Stai
scherzando, vero? Tu sei Olimpia, sei nata a Poatidea…non ti viene in
mente niente… tua sorella Lila…” “Credo proprio che
tu mi abbia scambiato per un’altra…io sono nata a Kebek, e non ho
una sorella, ma un fratello, Nox” “Vedo che Puch è riuscito
ad inculcarti per bene tutte quelle bugie…” “Attenta a quello
che dici, straniera!” esclamò facendo un passo indietro e puntandole
il bastone addosso “Usi il bastone…ma bene, vediamo se ricordi ancora
come si fa…” Xena prese la propria spada. Olimpia (i Chaka, che
dir si voglia) scattò in avanti e cercò di colpire la Principessa
Guerriera al fianco destro ma ella schivò abilmente il colpo e spezzò
la punta del bastone con la spada “Che bello vedere due eterne amiche
darsi battaglia fino all’ultimo sangue…” sospirò Puch
mettendosi a sedere “Vieni qua, Tezca, e goditi lo spettacolo” “Non
penso proprio mio caro” disse egli traendo la spada dal fodero “Io
dico sia meglio far tornare la memoria alla giovane Olimpia, tanto per cominciare,
poi potresti consegnarti al Consiglio dei maya” “Ah, non ti preoccupare…per
quanto riguarda la giovane Olimpia…Xena è perfettamente in grado
di fargliela tornare. Deve solo recarsi nel mondo Zikh e recuperare i ricordi
della giovane. E per la faccenda del Consiglio…bè, aspettiamo di
vedere come finisce lo scontro e poi sono disposto a consegnarmi” “Cosa?!?
Non opponi resistenza? Ed allora perché tutta questa messinscena?”
“Sai…avevo deciso di farla finita ancora prima di andare in Grecia…insomma…
sono stufo di questa insulsa vita…mi rimaneva una sola cosa da fare: scontrarmi
con la valorosa Xena, colei che ha sterminato i potenti dei greci…tutto
il resto è stata una farsa, solo per rendere più stimolante il
tutto. Ora che ho provato di persona la sua grandezza, posso ritenermi soddisfatto.
Andiamo subito, meglio non farli aspettare troppo” “D’accordo…”
disse Tezca un po’ perplesso. I due si trasportarono al Consiglio maya.
“Ehi, Tezca…Questi dei! Ti lasciano sempre quando hai più
bisogno di loro!” Olimpia sferrò una poderosa bastonata al fianco
sinistro della guerriera che accusò il colpo, si contorse un poco, fece
qualche passo indietro e sorrise soddisfatta “Vedo che non hai perso il
tuo smalto di regina amazzone…” “Che diavolo…”
Xena era scattata di nuovo in avanti ed aveva attaccato con l’elsa della
spada, colpendo la poetessa a volto. “Ahia…sei più forte
di quel che avrei potuto immaginare” “Sono una Principessa Guerriera!
Ricorda che sono stata io ad insegnarti quasi tutto quel che sai!” “Stai
vaneggiando! È stato il mio signore Puch ad istruirmi nell’arte
della guerra” Tezca nel frattempo era di ritorno. Puch era stato scortato
dalle guardie Stellari nelle prigioni del Consiglio, in attesa del giudizio.
“Eccomi di ritorno ragazze” Xena nel frattempo si era catapultata
su Olimpia, distratta, e l’aveva messa fuori combattimento con un colpo
violento alla nuca. “Dove sei andato di bello?” “Ho consegnato
Puch al Consiglio dei maya” “Dannazione a te! Come cavolo faccio
adesso a farle tornare la memoria?” “bè, io so come fare.
Puch mi ha spiegato come fare” “E tu ti fidi di lui?” “In
questo caso sì. Ad ogni modo, io verrò con te, per precauzione”
“Venire…dove?” “Nel mondo Zikh…dove sono racchiusi
i ricordi della tua amica. Preparati” Xena seguì il dio perplessa,
chiedendosi cosa potesse mai essere questo mondo Zikh, forse come il mondo di
Seth? E cosa avrebbero trovato una volta lì? Dei nemici da sconfiggere?
O magari sarebbe stato estremamente semplice, senza difficoltà…Tezca
andò verso Olimpia e la prese per mano. Chiuse gli occhi e si concentrò
“Che diamine fai?!?” “Devo percepire l’essenza della
tua amica per poter raggiungere il settore in cui si trovano i suoi ricordi…fatto”
si alzò e prese un sacchetto da sotto il mantello. Da esso trasse della
polvere che gettò addosso a se stesso prima, a Xena poi. I due furono
proiettati in un altro mondo, diverso, in cui tutte le regole erano stravolte:
il luogo in cui si trovavano era strano, non c’erano muri, pavimento o
soffitto, i due galleggiavano come se fossero in acqua ma di essa non vi era
traccia. C’era del mobilio attorno a loro; degli scaffali, delle colonne,
sedie, un tavolo; ma tutto appariva distorto, quasi irriconoscibile. Di fronte
a loro una porta bianca, enorme, con un guardiano di fronte. “Cosa? Non
ci sarebbe dovuto essere nessuno a custodia dei ricordi di Olimpia…”
“Cosa intendi dire?” “Puch mi ha detto che non avremmo avuto
difficoltà…” “Non ti devi mai fidare dei cattivi!”
Il guardiano era un uomo alto, con la testa di un toro, una collana dorata,
dei bracciali preziosi, una spada appesa al fianco sinistro, una lancia in mano,
il solito gonnellino stile egiziano e dei calzari in oro. “Facci passare,
guardiano” disse Tezca con tono accuratamente dosato, ma ugualmente minaccioso
“Ho l’ordine di non far passare nessuno” “Chi ti ha
dato questo ordine?” “Puch” rispose egli alzando per la prima
volta il capo e guardando i due in faccia “Razza di vigliacco!”
esclamò Xena contrariata. “Devo chiedervi di lasciare questo posto”
li esortò cortesemente l’uomo toro “Credo proprio non sia
possibile…devo assolutamente recuperare i ricordi della mia amica”
“Andatevene!” rispose egli agitando la lancia in aria “Vattene
tu!” fu la risposta secca di Xena. A quel punto il guardiano perse la
pazienza e si precipitò su di lei con la lancia spianata; la donna prese
la spada e parò l’attacco “Vuoi rovinarti con le tue mani?”
ella ruotò a sinistra e colpì l’uomo violentemente alla
nuca con l’elsa della spada. Era buono, non voleva ferirlo. I colpo però
non sortì l’effetto desiderato: sembrò che il guardiano
non avesse nemmeno sentito la mazzata. Egli si voltò, prese la lancia
in orizzontale con entrambe le mani e piantò l’arma direttamente
nello stomaco. Spinse Xena all’indietro. Ella riuscì a bloccarsi
e afferrò la lancia a sua volta. Facendo leva sulla schiena, il minotauro
riuscì a ribaltare la donna all’indietro. La differenza di peso
era troppa: l’uomo era alto, muscoloso, una montagna. Xena invece era
sì forte, ma snella, ed anche se riusciva a batterlo in agilità;
sul piano della forza non c’erano paragoni. La Principessa Guerriera si
rialzò fulmineamente, ma mentre si stava rimettendo in piedi le arrivò
una sonora bastonata in faccia che la fece ricadere immediatamente all’indietro.
Con entrambe le gambe però ella riuscì a far cadere il guardiano
gambe all’aria. “Qual è il tuo nome?” chiese mentre
egli si stava rialzando “Mi chiamo Ximer” “Bene, Ximer, sei
molto forte. Ma vediamo se mi stai dietro in agilità” Xena scattò
in direzione del portone e fece cenno a Tezca di seguirla. Egli iniziò
a correrle dietro un po’ perplesso. Dubitava seriamente che la donna volesse
veramente entrare. Voleva prendere Ximer in castagna. Ma quale poteva mai essere
la sua strategia? Un attacco incrociato? Una finta? Mah… quella donna
era troppo astuta per i suoi gusti; ne inventava troppe. Xiper era più
veloce di quel che la guerriera aveva immaginato. Era anche abbastanza agile,
malgrado l’enorme stazza. Ma nella corsa faticava a starle dietro. Voleva
giungere di fronte alla porta, affiancata da Tezca, colpirlo con un attacco
incrociato. Sarebbe stato sufficiente. Se poi si fosse rialzato, avrebbe chiesto
al dio di usare il potere del vento, senza fargli troppo male. Era decisamente
convinta di farselo amico. Un alleato del genere sarebbe potuto essere prezioso.
Era astuto forte, sufficientemente veloce ed agile. Xena iniziò una virata
a V, imitata da Tezca. Erano vicini alla porta. Quando infine giunse Ximer,
era caduto nella loro trappola (anche se Tezca non sapeva ancora quel che stava
facendo) il dio estrasse la spada e si preparò ad assecondare qualunque
tecnica avesse in mente Xena. Era davvero un attacco incrociato. La donna usò
la porta come slancio e si gettò sul malcapitato, sempre imitata da Tezca.
Entrambi lo ferirono con la spada, al petto e ad un braccio. Quando poi gli
furono dietro lo colpirono violentemente alla schiena. Me egli era un buon incassatore
e sembrò uscirne illeso. Il braccio però gli sanguinava abbastanza.
“Facciamola finire qui, Xiper. Sei un uomo acuto, e saprai di certo cosa
è giusto e cosa non lo è. Devi farci entrare; le memorie custodite
in quella stanza sono molto importanti…ho una proposta da farti: diventa
mio alleato su queste terre, svolgendo lo stesso mio compito” “Il
mio signore mi ha ordinato di non far entrare nessuno” “Avanti,
non essere ostinato. Il suo Signore è in custodia del Consiglio dei maya,
non ha alcun senso continuare la spirale di malvagità ed odio che aveva
incominciato” “Il Consiglio dei maya! Scommetto che siete stati
voi a mandarcelo! Maledetti!” “No, Xiper, si è consegnato
di sua spontanea volontà” Xiper fece cadere l’arma “Vi
credo. Non ne comprendo il motivo, ma vi credo. Avete ragione: bisogna porre
fine a tutto ciò. Potete passare; ma dovete fare attenzione. Moltre altre
insidie, più grandi di quelle che avete affrontato finora, vi attendono
oltre quella porta” “Potresti farci da guida” “Accetto”
rispose egli riprendendo in mano la propria arma e dirigendosi verso il portone.
Lo aprì faticosamente, ed i tre proseguirono oltre. Il paesaggio era
diverso: sembrava la Grecia. E forse lo era…in lontananza si stagliava
un piccolo villaggio “Dove ci troviamo?” “Nei meandri dei
suoi ricordi” “Quella deve essere Poatidea” concluse Xena
“Andiamoci” ed allora il trio si diresse verso quel che doveva essere
il villaggio natale di Olimpia. Non impiegarono molto tempo; non ne avevano
da perdere. Poatidea era piena di vita, la gente camminava allegra per le vie
canticchiando canzoni popolari i bambini giocavano per le strade, le donne chiacchieravano
e gli uomini erano tutti nelle caverne a bere o a discutere. All’improvviso
una donna fece il suo ingresso trionfale da una piccola viuzza laterale, sulla
sinistra. Xena impallidì “Non è possibile…”
sospirò tremando. Era Olimpia. Molto più giovane, con dei capelli
lunghi color oro, dei vestiti da paesana ed un fascio di fiori in mano “Xena,
che succede?” chiese Tezca preoccupato “è lo scenario del
loro primo incontro” spiegò calmo Xiper. “Non dobbiamo interferire
o tutti i suoi ricordi verranno modificati” “Come facciamo a recuperarli?”
chiese la Principessa Guerriera, ancora scossa “Intanto nascondiamoci!”
esclamò Xiper afferrando Xena per la collottola e trascinandola in una
viuzza, mentre con l’altra mano tirava nell’ombra Tezca, afferrandolo
per il mantello. “Dobbiamo andare fino in fondo ai suoi ricordi; lì
ci sarà un’altra sfida da affrontare, dopodiché potrai restituirle
i ricordi” “Muoviamoci, allora!” I tre uscirono circospetti
dal villaggio; Xiper dovette quasi trascinare la donna di peso fuori dalla cittadina.
Ce n’era subito un’altra, a poca distanza “Strano, non ho
mai visto questo villaggio” commentò Xena perplessa “È
il ricordo successivo” quando furono vicini, la guerriera fu in grado
di riconoscerlo “Oh, per gli dei, non questo!” “Perché?
Cosa è accaduto qui?” “È morto mio figlio…e
anche Speranza” disse Xena scossa. Entrarono in una piccola casa e videro
una disperata Xena che gridava al cielo il dolore per la perdita del proprio
figlio, stretto fra le sue braccia. La donna non volle entrare. Si diresse in
un piccolo bosco lì accanto, seguita dai due. Lì c’era una
ancora giovane Olimpia, sempre con i capelli lunghi, ed una bambina in braccio.
Era Speranza, morta avvelenata. Il suo volto era rigato dalle lacrime. Prese
in mano il recipiente in cui era contenuto il veleno. Provò a bere. Era
vuoto. Una sfortuna, o magari fortuna. Chi lo sa? Xena era devastata. Non sapeva
nulla di quella storia. “Andiamocene” sibilò mentre cercava
di trattenere le lacrime. Dopo questo villaggio ve n’era un altro, molto
più piccolo, per di più distrutto “Qui - disse Xena ricomponendosi
- ho quasi rischiato di perderla. Avvelenata da una maledetta freccia”
sbirciarono in un capanno. Dentro c’era Olimpia, distesa a terra, incosciente,
Xena stava fabbricando qualcosa “Non sembra un’arma” disse
la giovane svegliandosi” “Non lo è. È una barella.
Ti ci sistemo su e ti porto fuori di qui” “Perché? I persiani
si sono ritirati? Xena…non puoi fare questo…non se sono ancora qui
fuori. Sei l’unica” “Stai calma!” esclamò Xena
disperata. Uscirono da quel ricordo, per passare ad uno decisamente più
recente: le due erano in una cittadina nel deserto “Ah! Siamo qui…in
questo luogo abbiamo sconfitto un uomo malvagio, che vietava alla gente di ballare”
sulla destra videro Olimpia in una scena piuttosto esilarante: voleva chiaramente
ballare, ma cercava di non farlo vedere fermandosi quando il governatore voltava
il capo dalla sua parte e riprendendo quando non era vista; poi girarono ed
entrarono in un’abitazione. Qui c’erano Xena ed Olimpia distese
nel letto; ma se la prima tentava di dormire; la seconda continuava a danzare
distesa a letto. “Proseguiamo” disse Tezca “Il viaggio è
lungo” uscirono nuovamente dal villaggio e, dal deserto, si ritrovarono
in India, in un tempio. Olimpia era ostaggio di una divinità malvagia,
assieme ad Eli, un santone indiano. Xena aveva chiesto l’aiuto di una
divinità buona che le aveva dato un potere speciale, l’aveva tramutata
in un semidio. Lo scontro che ne seguì fu tremendo; ma alla fine la Principessa
Guerriera riuscì a vincere, come sempre “Questa è stata
la nostra prima avventura in India.” Se ne andarono nuovamente, in silenzio.
Stavolta erano in mezzo alla neve “No! Non di nuovo!” esclamò
Xena. Da una prigione furono fatte uscire, portate a forza, Olimpia e Xena.
La guerriera però era portata a braccia, trascinata “Callisto mi
ha spezzato la schiena col il chakram” disse sommessamente. Questione
di attimi, qualche ultima parola sussurrata, un addio, ed i romani le crocefissero.
“E così siete anche scampate alla morte, in qualche modo…”
“Adesso lo vedrai” Si mossero nuovamente, fino ad arrivare in una
piccola casa. Guardarono dentro. I corpi senza vita di Xena ed Olimpia erano
adagiati su delle brande. Eli impose le mani sulle loro fronti e, come per incanto,
le fece ritornare in vita. I tre proseguirono verso il ricordo successivo; nel
villaggio di Tania, con tutte le vicende divertenti e non: la nuova ed inaspettata
quanto impossibile maternità di Xena, lo scontro con l’ex compagno
di Tania, la storia d’amore fra Andromeda ed Armonio, i nuovo cavallo
di Olimpia…una premessa per numerose vicende bislacche e bizzarre…
“Così sei diventata madre…ma chi è il padre?”
“Bè” disse Xena imbarazzata “A dire la verità
non c’è un vero padre” “Come?!?” chiese Tezca
indagando i tre avevano nel frattempo fatto ritorno in India. Eli era stato
ucciso da Marte, scatenando una lite fra le due inseparabili amiche. Poi era
comparso lo spirito di Eli, assieme a Callisto, purificata. Quest’ultima
si era infatti incarnata in Xena, generando la nuova vita in lei. Il ricordo
seguente era quello della nascita di Eve, la figlia di Xena, che tutte le divinità
volevano uccidere seguendo una leggenda secondo la quale la piccolina avrebbe
portato alla fine degli dei dell’Olimpo. Giove aveva cercato di ucciderla
in tutti i modi, senza però riuscirvi: suo figlio, Hercules, con l’aiuto
di Giunone, era riuscito a porre fine ala sua vita. Ed i ricordi successivi,
gli scontri al fianco delle amazzoni, la lotta contro Gurkhan, le avventure
con i nomadi del deserto, le lotte contro Odino, lo scontro con Caligola, poi
di nuovo contro Odino, per restituire i poteri a Marte e Venere, le vicende
con il primo figlio di Borias ed i centauri, le follie di Cesare, la loro malaugurata
avventura in Giappone, dove Xena ha perso la propria vita per passare a scontri
più recenti; il potere di Seth, il suo dominio, la Sfida Reale ed infine
le avventure con Ah Puch e Tezca fino al momento della sua cattura. “Finalmente
siamo giunti alla fine del viaggio” “Un ultimo ostacolo, e la tua
amica sarà libera” Un tempio si stagliava di fronte a loro. Era
il più imponente palazzo che mai fu visto in tutto il mondo. “Ecco,
questo è il luogo in cui si terrà la sfida finale. Il guardiano
di questo luogo è Ahay” L’immenso portone si spalancò
e dietro di esso comparve la figura di un uomo, investita da una luce accecante.
L’individuo fece qualche passo avanti e si mostrò a loro in tutta
la sua magnificenza: Ahay era un uomo alto e muscoloso, ben proporzionato, con
i capelli sorprendentemente biondi, a spazzola, e la carnagione chiara, quasi
pallida. Aveva dei lineamenti celestiali, propri di una divinità, gli
occhi azzurri come un mare calmo, il viso smilzo ed affascinante, indossava
una armatura stupefacente, di come non se n’erano mai viste in Grecia,
con l’elmo argenteo retto dalla mano sinistra, ed una spada magnifica
sulla destra. Aveva un corpetto robusto e solido, delle protezioni totali per
braccia e gambe, delle ampie spalline. Una volta indossato il casco, sarebbe
stato quasi praticamente inattaccabile. Ed infatti subito dopo lo indossò
e partì all’attacco, direttamente contro Xena. Ella riuscì
miracolosamente a schivare il primo rapido fendente che scagliò, ma non
poté fare nulla contro il secondo, dal lato opposto, che andò
a colpirle il fianco sinistro. Xena reagì con un grugnito di dolore,
poi si buttò nel vivo della lotta. Ella scagliava fendenti a destra e
a manca, senza posa, tentando disperatamente di colpirlo, ma Ahay era troppo
rapido, e la donna troppo lenta. Quel guerriero era decisamente un gradino più
in su di lei. “Maledizione!” gridò schivando un ulteriore
fendente. Non avrebbe potuto continuare a quel ritmo ancora per molto tempo,
lo sapeva. Doveva inventarsi qualcosa, ma la sua mente era totalmente presa
dallo scontro. Se da un lato quel combattente la spaventava a morte, dall’altro
la eccitava una sfida contro qualcuno che fosse realmente al suo livello. Le
venne in mente un’idea, provò a metterla in atto: si accucciò
di colpo ed attese il fendente verticale; con un calcio volante tentò
di togliergli la spada di mano ma l’uomo a sua volta con una spettacolare
piroetta all’indietro evitò il calcio “Molto rischioso…astuto
ma rischioso…e soprattutto prevedibile. Non penserai sul serio di intimidirmi
con mosse del genere? Avanti, solo i bambini combattono a quel modo” Xena
se la prese molto a male. Nessuno aveva mai osato insultarla a quel modo. E
chi ci aveva provato, era morto. Ma nel suo mondo, Xena era la più forte;
mentre qui no. Era giunto qualcuno più in gamba di lei. “E solamente
i paurosi indossano un’armatura del genere…hai forse paura che ti
faccia del male? immagino non siano molti quelli in grado di fartene…forza,
levati quella ferraglia di dosso, e vediamo se sei ancora così forte…”
Ahay colse la palla al balzo e tolse tutta la propria armatura. Era tranquillo
“Non sarai di certo tu ad incutermi timore…” disse levando
il casco. Così era più agile, meno pesante. Quella straniera gli
aveva fatto un gran favore… di solito combatteva con l’armatura,
ma i suoi avversari precedenti erano stati delle mezze calzette, non aveva faticato
molto a batterli. Ma questa era un vero avversario, di come non se ne vedevano
da molto tempo; anzi…di come non se ne era mai visti lì attorno.
Ci non toglieva che egli le fosse comunque superiore. Scattò fulmineamente
in avanti e la colpì con il pugno sinistro in volto. La donna sembrò
insofferente a quell’attacco. Ella anzi si scagliò contro il guardiano
e tentò di colpirlo in volto ma egli riuscì fortuitamente a schivare.
Fu questione di attimi. Il cuore gli fece un tonfo tremendo. Per la prima volta
nella sua vita ebbe un po’ di paura. Ma non molta. Quel colpo era veloce,
certo, ma egli ne poteva sferrare di estremamente più rapidi. Gli occhi
di quella donna. Erano solo quelli a incutere un timore in lui. Avevano una
luce sfolgorante, capace di accecare chiunque. Provò a portare un paio
di attacchi, entrambi risultarono vincenti. La guerriera si piegò leggermente
all’indietro. Era il più forte. Ora lo sapeva.
Xena era in difficoltà. Tezca se ne accorse subito. La donna non avrebbe
mai potuto vincere quello scontro. Era ad un livello inferiore rispetto ad Ahay.
Con quell’ultimo calcio volante l’aveva dimostrato. Anche Ximer
era piuttosto teso “L’ultima sfida è decisamente troppo per
lei. Dannazione! È forte, ma non abbastanza” sussurrò nervosamente
“Dobbiamo fare qualcosa” “Certo, quasi fosse facile! Ah Puch
si sa scegliere bene gli alleati…Ahay è nettamente più forte
perfino di lei” “Hai ragione…eppure ci deve essere qualcosa…non
so…un punto debole…” “No, mio caro, temo proprio di
no. Quel dannato guardiano è un combattente formidabile; che io sappia
non ha debolezze né punti deboli. Praticamente una macchina di distruzione.
Ho sentito dire molte storie spaventose su di lui; solo ora comincio a credere
che siano vere…” Xena nel frattempo era ancora impegnata nel combattimento;
ma proprio non riusciva a tenergli testa. Maledizione! Non sopportava l’idea
di perdere. Ormai era completamente coinvolta da quello scontro, provava tutte
le emozioni che aveva seppellito nel proprio passato di guerriera crudele: paura,
tensione, audacia, eccitazione, impazienza ed impeto feroce, sete di sangue.
Sentimenti che avrebbe preferito tenere nascosti nel profondo del proprio animo;
perché ad eliminarli ci aveva già provato, senza successo. Ma
Ahay era troppo forte. Saltò all’indietro fulmineamente, evitando
per un pelo il fendente che il guardiano gli aveva sferrato. Provò ad
attaccare verticalmente ma egli parò facilmente il colpo. Anche troppo
per i suoi gusti. Non era per niente normale…umano. Dannazione! Era ovvio!
Quell’uomo era una semi divinità (se aveva fortuna) o addirittura
una divinità (nel peggiore dei casi) ma che importanza aveva? Aveva il
potere di uccidere gli dei, anche se fino a quel momento non aveva avuto la
possibilità di usarlo…si distrasse un singolo istante… Ahay
era riuscito ad approfittare della situazione per colpirla al folto, provocandole
una ferita profonda sulla guancia sinistra. Il dolore era molto forte, acuto,
ma in compenso riuscì a farla concentrare maggiormente sullo scontro,
ad acuire i suoi sensi, aumentare la sua energia. Riusciva a muoversi più
rapidamente e a colpire con più forza. Mise a segno qualche attacco,
ferendo Ahay al fianco destro e al braccio sinistro, ma egli non si scompose
nemmeno. Sembrava non si fosse fatto male. “Finalmente ti sei decisa ad
attaccare…sai, cominciavo a stancarmi” “Ho una richiesta da
farti…sei una divinità? Magari un semidio…” “Centro!
Sono per metà un dio, ma molto più forte. Praticamente sono un
dio completo…” “Pecchi di superbia, Ahay” egli se ne
offese e perse momentaneamente il ritmo della lotta. La guerriera ovviamente
ne approfittò per piantargli la spada nello stomaco. Il semidio però
riuscì a spostarsi in tempo e l’arma andò solo a ferire
di striscio l’uomo “Dimmi, Xena, perché continui a lottare
così accanitamente? Insomma, che motivazioni hai per rischiare la vita
a quel modo?” “Le memorie racchiuse in quel tempio sono troppo importanti
per me…e poi lo scontro inizia a piacermi…sei il primo avversario
che riesca a starmi dietro. Fino ad ora sono stati tutti un fiasco…a partire
da Marte, passando per Caligola, Yodoshi, Seth ed Ah Puch. Li ho sconfitti tutti.
E non sto nemmeno a nominare tutti i mortali, di cui non ricordo nemmeno il
nome” “Ah, lo so, vanti molte celebrità fra le persone che
hai sconfitto…come dimenticare Borias, Giulio Cesare, i vari warlords,
e tutti gli altri…” “Mi lusinghi…sai molto su di me”
“Certo, mi sono informato sul tuo conto, conosco alla perfezione ogni
tua tecnica e so come prevenirla” “Bè, ora vedremo…”
Xena fintò un attacco da sinistra e si gettò poi sul lato opposto;
ma anche Ahay aveva un piano: ruotò fulmineamente a destra evitando il
primo attacco, parò il secondo e colpì la donna al fianco, di
striscio. La Principessa Guerriera fu sbalzata all’indietro, cadde pesantemente.
“Dannazione, l’ha ferita!” “Non preoccuparti…Xena
si alzerà. Ormai è entrata nel vivo del combattimento, non si
arrenderà per nulla al mondo, anche se dovesse morire.” “Non
può farlo! Non può morire proprio ora, dannazione! Ha fatto di
tutto per cercare di recuperare i ricordi di Olimpia; se muore adesso sarà
stato tutto inutile…” “Non morirà…non morirà”
Xena infatti si stava rialzando facendo leva sulle gambe, puntando i piedi e
portando il peso in avanti. Faticava a rimanere in equilibrio, ma non voleva
e non poteva cedere. Non adesso. Sapeva di potercela fare. Una possibilità
la intravedeva. Doveva continuare a lottare, anche a rischio della vita. Doveva
liberare Olimpia, ora era una delle cose più importanti. Oltre che sconfiggere
Ahay, ovviamente. Bilanciò il peso e scattò in avanti più
velocemente possibile, ma ad una velocità comunque madornalmente lenta
per l’uomo che non fece molta fatica a schivare il colpo. “Che ti
succede? Hai perso tutta la tua forza?” “Stai zitto!” urlò
Xena furiosa. In un lampo aveva recuperato tutte le proprie forze. Non aveva
alcuna intenzione di mollare. Non in quel momento, non in quel luogo. Riprese
in mano la spada e si gettò con nuova foga addosso ad Ahay, stavolta
con più convinzione e maggior rapidità. Il fendente che sferrò
sulla sinistra stava per andare a segno, se l’uomo non fosse riuscito
a piegarsi all’indietro come un giunco bagnato. Ormai erano agli sgoccioli.
Xena ansimava, anche Ahay era stanco, sudato. Non avevano mai sostenuto uno
scontro simile, di tale durezza e che richiedeva uno sforzo fisico simile. Era
troppo per entrambi. Eppure nessuno dei due si voleva arrendere. La posta in
gioco era troppo alta. Non solo i ricordi di Olimpia, ma anche prestigio, gloria,
onore. Già. Era diventata una questione di onore. Si protesero nuovamente
in avanti verso il nemico. Le spade ormai giacevano a terra. Non le utilizzavano
più. Ormai era divenuto un brutale corpo a corpo senza più tecnica
o finezze da combattenti. Rispetto alle impressioni iniziali, Xena aveva retto
lo scontro più che bene. Era riuscita a tener testa ad Ahay con valore,
con cuore, ed era stata capace di giungere al suo livello. La donna si abbassò
e ribaltò l’uomo falciandolo con entrambe le gambe. Egli volò
a terra gambe all’aria, ma colpì la donna in pieno stomaco, facendola
cadere. Si rialzarono entrambi scattando e partirono di nuovo all’attacco.
Xena colpì l’uomo al volto, il quale reagì con un calcio
volante al volto. Non caddero. La guerriera piantò un poderoso pugno
nello stomaco, ed un altro, ed un altro ancora. Ahay rispose con un calcio alla
gamba destra che fece cadere la donna in ginocchio, un pugno al volto e un colpo
di taglio con la mano al collo. La guerriera sembrò barcollare, ma infine
si rialzò e lo colpì violentemente con un pugno al petto. Ahay
accusò il colpo e barcollò all’indietro. Avrebbe tanto voluto
avere la propria armatura, ora…ma quella volpe di donna gliel’aveva
fatta togliere, tutta… non fece in tempo ad imprecare: Xena si era fatta
nuovamente sotto, colpendolo in volto con un calcio volante. Si portò
nuovamente all’attacco, con la forza della disperazione, la colpì
violentemente al petto, ma l’attacco non sortì l’effetto
voluto. “Ma come, tutta qui la tua forza?!? Sai, ho scoperto il tuo punto
debole…non hai resistenza, non incassare. Fino ad ora hai avuto a che
fare con avversari più deboli di te, e non ti sei fatto le ossa. Io invece
ho dovuto lottare strenuamente per sopravvivere, lottando contro nemici ben
più forti e valorosi di me. Ho imparato da loro cose fondamentali nella
vita, sono cresciuta e mi sono rafforzata, nel corpo e nello spirito. Questa
è la tua unica debolezza” Ahay capì che la donna aveva ragione.
Fino a quel momento, egli aveva avuto vita assai facile, non era mai giunto
a dover rischiare la vita in uno scontro. Quello era il primo. Era molto giovane,
quasi inesperto. Xena invece aveva vissuto molto a lungo, più di qualsiasi
altro essere mortale sulla Terra. Aveva fatto tesoro di ogni singola esperienza
vissuta, assieme ad Olimpia. Aveva scrutato nei meandri dei suoi ricordi, aveva
esaminato attentamente ogni singola emozione. Era rimasto folgorato dall’intensità
del rapporto che le univa. Come altri, prima, era rimasto affascinato da tutto
ciò. Sapeva che era giusto farla passare, ma aveva deciso di affrontarla,
per poter finalmente combattere lo scontro della sua vita, voleva poter dire
un giorno con vivo orgoglio, di aver affrontato la mitica Xena, e di esserne
uscito vivo. “Prosegui il tuo viaggio, dunque. Non sarò io a fermarti”
“Cosa? All’improvviso?” “Non ho motivo di fermarti”
“Perché tutta questa farsa, allora?” “Per soddisfazione
personale. Ti prego di perdonarmi, ma volevo soddisfare un desiderio covato
troppo a lungo. Ora che sono soddisfatto, non ho motivo di ostacolarti oltre.
Prosegui, dunque. La tua amica ti attende” le porte del tempio si aprirono,
ed una luce sfolgorante li investì. “Come faccio a riconoscere
la mia amica?” “La riconoscerai…. Non temere” la guerriera
entrò nel tempio. Tezca e Ximer fecero per seguirla, ma Ahay li bloccò
“è una cosa che deve fare da sola”.
Quando Xena varcò la porta, si trovò in una stanza molto ampia,
piena di oggetti di ogni tipo. Che razza di forma avrebbero potuto avere i ricordi
di Olimpia? Si sentì una voce in lontananza, portata dal vento “Cerca
nel tuo cuore…lì è la risposta” “ Ma sicuuuro!
Ci tengo ad avvertirti che qui ci sarebbe da perdersi!” c’erano
infatti migliaia e migliaia di oggetti completamente diversi l’uno dall’altro,
sistemati alla rinfusa nell’enorme tempio. “La memoria della tua
amica è stata divisa in tre parti. Ogni oggetto, una parte” la
voce svanì. Il resto del lavoro lo avrebbe dovuto fare lei, da sola.
Iniziò a frugare in giro. Una palla…no. Una sedia; nemmeno. Delle
posate, oggetti da cucina, padelle…giocattoli. In mezzo a balocchi di
ogni sorta riconobbe la pecorella che la giovane poetessa aveva regalato a Speranza.
La prese. Era sicura che quella fosse la prima parte della sua memoria. Continuò
a guardarsi attorno un po’ confusa. Coltelli, spade, balestre, archi…no.
Cavalli a dondolo, vestiti pregiati, principeschi, altri umili, calzari, fibbie,
cinture, foderi…niente. Di certo si avrebbe potuto fare una fortuna vendendo
tutta quella roba. Ridacchiò. ‘meglio andare avanti a cercare…’
lenzuola, coltri, giacili, guanciali, nulla da fare. Tornò al reparto
delle armi. Lì c’erano spade preziose, altre di pessima fattura,
cerbottane, frecce do ogni tipo e misura, scudi, elmi, addirittura delle armature
complete e splendenti, asce, scuri, lance…bastoni. Non ce n’erano
molti. Iniziò a visionarli uno ad uno. Nessuno però soddisfò
i suoi criteri di ricerca: o erano troppo lunghi, o troppo corti, magari troppo
fini o esageratemente grossi, altri appuntiti, alcuni intagliati; ma nessuno
che andasse bene. Più in là c’erano delle armi disposte
su un tavolo alla rinfusa: armi giapponesi, persiane, catene, fruste, pugnali
di ogni forma e dimensione, mazze chiodate e randelli di legno. Una luce si
accese nei suoi occhi. Prese in mano un paio di sai. Uguali a quelli usati dalla
bardo guerriera. Ed anche il secondo oggetto era stato ritrovato. In fondo non
aveva speso molto tempo…questione di fortuna. Proseguì. Le rimaneva
un ultimo oggetto da trovare, era sicura che stavolta avrebbe impiegato maggior
tempo. Sulla sinistra c’erano degli animali; pecore che belavano, asini
che ragliavano, cavalli che nitrivano, e così via, senza dimenticare
vacche, galline, piccioni, maiali, tori, buoi, cani e gatti. Era una enorme
stalla in cui ognuno degli animali aveva un recinto proprio con cibo in abbondanza.
Nessuno di loro però attirò la sua attenzione. Sulla destra, non
molto lontano, c’erano selle, briglie, rastrelli, aratri, gabbie, otri,
secchi, scodelle e molti altri utensili usati dai contadini. No, non era proprio
il caso di cercare lì. Passò oltre, si avvicinò ad una
credenza. Era piena di cibo: frutta, verdura, carne, pesce, di ogni tipo; pagnotte,
boccali pieni di ogni vivanda immaginabile, insomma, con tutta quella roba ci
si poteva tranquillamente sfamare un esercito. Questo però le interessava
solo perché aveva molta fame. O per lo meno le era venuta, guardando
tutta quelle cibarie poste lì…incustodite…no, non poteva
prendere nulla in più del necessario. Magari erano ricordi di qualcun
altro. (perché poi qualcuno doveva avere come ricordo una mela?!? Idiota…)
Davanti a lei si apriva un’altra stanza, ben più ampia della precedente,
in cui erano sistemate tende, baracche, baldacchini di ogni sorta; dalle tende
romane a quelle persiane, macedoni, greche…c’era proprio di tutto
lì, partendo da martelli, passando per i picchetti, la stoffa, corde,
alabarde di qualsiasi tipo, appartenenti ad ogni legione esistente sulla terra…erano
centinaia. Nulla però richiamò la sua attenzione. Tornò
indietro. Sul davanti c’era una specie di bancarella, con sistemati oggetti
che la guerriera non era troppo abituata ad utilizzare: specchi, spazzole, borsette
da viaggio, cappellini, scialli…no, niente di interessante…passò
oltre un po’ contrariata. Olimpia continuava a ripeterle che erano cose
utili, che avrebbe dovuto provare a cambiare di abiti ogni tanto, variare la
capigliatura, avere degli accessori variopinti…ma che cavolo! Lei era
una guerriera, non si perdeva a cincischiare su come le stava tal vestito o
se si abbinava con il cappello che aveva preso, o magari se stava bene con i
ricci…scosse la testa schifata. Quella vita non faceva proprio per lei.
Nella bancarella di fronte c’erano torce, lampade, contenitori per l’olio
ed altri utensili simili. Nulla che le potesse interessare. In quella successiva
poi erano posti svariati strumenti musicali, lire, arpe, flauti e tamburi di
ogni genere. Cercò fra le lire ma non ne riconobbe nessuna e proseguì.
Nella bancarella accanto trovò qualcosa di interessante. Piume d’oca,
boccette per l’inchiostro, papiri, pergamene…osservò queste
ultime con attenzione passandole pazientemente in rassegna una per una. Un grido
di gioia le esplose dalla gola quando iniziò a leggere l’ultima:
la riconosceva. Era uno degli scritti di Olimpia, la terza parte della sua memoria.
Ora, c’era solo un ultimo ostacolo alla riuscita della sua missione: si
era persa…quel luogo era così dannatamente grande… Maledizione!
Una guerriera non si perdeva mai, non poteva farlo! In altre circostanze avrebbe
potuto perdere la propria vita. Ma in questa no. Forse era proprio quello il
motivo per cui non aveva badato troppo alla strada che faceva…e poi era
troppo impegnata a visionare gli oggetti per badare alla strada. Aveva anche
perso la cognizione del tempo. Uh, gran bel guaio! E ora? Vide una porta bianca
davanti. Corse fino a raggiungerla e la aprì. Niente. Era la stalla.
Provò quella a sinistra…acqua, era la zona delle tende. Si voltò
e provò un’altra…buca. Stavolta era finita fra i vestiti.
“Ahay!” gridò “Farmi uscire da questo maledetto luogo!”
“Segui la fenice” un volatile fatto di luce (non riusciva a capire
che tipo fosse…forse quella fenice di cui aveva parlato) si materializzò
davanti a lei, e la guidò con sicurezza verso l’uscita. “Finalmente!”
esclamò Tezca annoiato. Era seduto a terra e stava amabilmente conversando
con Ximer. “Stava per crescermi la barba, sai?!?” aggiunse con tono
scherzoso “Ah! Ti lamenti tu! Pensa la faticaccia che è toccata
a me, piccolo ingrato” “è meglio andarsene” concluse
Ximer alzandosi da terra. I tre uscirono da un portale che Tezca creò,
e tornarono nel tempio di Puch. Olimpia era ancora stesa a terra, svenuta. I
tre oggetti che Xena teneva in mano erano spariti. Al loro posto aveva una boccetta
piena di un liquido rossastro, simile al sidro “Devi farglielo bere”
disse Tezca. La guerriera si avvicinò ad Olimpia. La donna si stava lentamente
svegliando. “Che cosa…” Xena sedette accanto a lei e le porse
la boccetta “Bevi” “Chissà perché poi! Hai forse
intenzione di avvelenarmi?” “Tu che dici?” chiese Xena con
tono deciso. Olimpia prese il piccolo contenitore e lo esaminò attentamente,
perplessa “Che cosa contiene?” incalzò, ancora insicura “quello
che sei stata” le rispose sorridendo. Qualche ulteriore attimo di indugio,
poi la giovane bevve il contenuto tutto di un fiato. “Ecco fatto! Ci voleva
tanto?” esclamò infine la Principessa Guerriera alzando le spalle
“Non poi molto” fu la risposta di Olimpia, finalmente tornata in
sé “Grazie agli dei anche questa è andata!” sospirò
Xena “Ne dubitavi?” “Tezca - disse improvvisamente alzandosi
- riportaci a casa” Detto fatto: Tezca giunse davanti a loro, le
prese per mano e le trasportò di nuovo nel tempio a Liath. Marte era
seduto al centro della stanza, sconfortato. Non appena le vide si alzò
rinvigorito, come fosse passato a nuova vita. “Fate tesoro di quel che
provate, perché è una cosa stupenda, e vi porterà lontano”
furono le ultime parole che Tezca pronunciò prima di ritornare alle proprie
terre. “Credo voi mi dobbiate delle spiegazioni” attaccò
Marte impaziente “Chi era quel fustone?!? Sono io l’unico macho
della Grecia, e che cavolo! E allora? Pretendo che voi mi spiegate” “Non
oggi, Marte…non oggi” rispose Xena stravolta. Il suo stomaco brontolò
rumorosamente “Non è che per caso avete qualcosa da mangiare?”
implorò sedendosi a terra. Marte ed Olimpia scoppiarono in una rumorosa
risata che riecheggiò per le vie di Liath