LA PROMESSA DI XENA
di Warrior Hearth
“Dovremmo cercare di riposare, ogni tanto” sbuffò Olimpia
medicando le ferite che Xena si era procurata contro Ahay. Erano accampate in
un boschetto germanico, avevano appena terminato di cacciare dei mercenari da
un piccolo villaggio a nord. “Penso proprio di…ahi! Vacci piano!
Penso proprio di si…” “Potremmo andare, diciamo, in un bel
villaggio in riva al mare, e goderci il sole” “Troppo banale…ehi!
Ma vuoi rovinarmi per sempre?!” “Non credevo che la mitica ‘Principessa
Guerriera’ si arrendesse per così poco! Dai, un altro po’
ed ho ferito!” “Mi fa male il costato, dannazione! E, tanto per
cambiare, mi bruciano le ferite” “Un attimo di pazienza! Non posso
mica fare miracoli! E smettila di lagnarti!” “Ok, ok, scusa…so
che stai facendo del tuo meglio. Riguardo al periodo di riposo…si potrebbe
anche andare…che ne so…oltre il mare del nord. Hercules mi ha detto
che ci sono popolazioni molto ospitali, i celti” “Potrebbe essere
un’idea. Ma Xena, stai parlando sul serio? Sei davvero disposta a prenderti
un periodo di riposo? Non è da te…” “Diciamo che le
ultime lotte mi hanno convinto” “E cercheremo di fare il meno possibile”
“Promesso” “E non ci immischieremo in storie che non ci riguardano
se non è proprio necessario” “Giuro” “Riposo
assoluto” concluse Olimpia ancora perplessa “Assoluto” confermò
la Principessa Guerriera annuendo ‘strano - pensò Olimpia - in
tutto questo tempo non ha mai voluto fare nulla del genere; ed adesso…puff!
Di botto decide che è meglio se prendiamo una pausa…no, non le
credo, sta covando qualcosa di sicuro. Lo sento’ “E allora partiamo!”
Detto fatto. Le due raccolsero le proprie cose, le montarono sui cavalli e galopparono
veloci. Era mattina inoltrata, sarebbero giunte al porto da cui salpavano le
navi per queste terre che non avevano ancora visitato il giorno seguente, forse
a sera…se galoppavano veloci…altrimenti il giorno dopo ancora. Ma,
del resto, avevano tempo da perdere. Hercules le aveva parlato spesso di queste
terre, descrivendogliele minuziosamente. Diceva fossero rigogliose, verdeggianti,
l’aria era pura, le foreste si estendevano a perdita d’occhio e
c’erano un’infinità di animali. La gente poi era molto ospitale,
popoli pacifici e soprattutto colti. Le aveva parlato dei druidi; simili agli
dei, ma buoni e saggi. Xena era impaziente di fare la loro conoscenza; magari
avrebbe potuto imparare qualcosa di nuovo. E soprattutto si sarebbe riposata.
Gli ultimi scontri erano stati molto duri da affrontare…non era mica una
macchina da guerra! Aveva anche lei un certo limite, che purtroppo era stato
varcato. Questo era decisamente troppo; no, doveva assolutamente riprendere
le forze. Una Xena a mezzo servizio non serviva a nessuno. I calcoli che la
guerriera si rivelarono quasi esatti. Cavalcando rapidamente, quasi senza soste,
giunsero a Yah all’albeggiare. Avevano impiegato quasi due giorni. Però
erano giunte a destinazione. Xena chiese informazioni a proposito delle partenze
verso le terre del nord, mentre Olimpia era andata a cercare del cibo: nonostante
entrambe sapessero cacciare, avevano mangiato ben poco nei giorni precedenti.
Xena, poi, era praticamente morta di fame (questo a suo dire…). Si incontrarono
di nuovo al molo di attracco. Un uomo bisontico si avvicinò a loro con
fare sospetto “Sei tu Xena?” chiese, sfoggiando una voce raschiante,
tagliente come un pugnale. “Sì, sono io, perché?”
rispose ella con tono indispettito dal fare volgare e strafottente dell’uomo
“Bè, può darsi che qualcuno mi abbia pagato per ucciderti”
“Chi vi manda?” chiese Xena. Olimpia sapeva che un altro poveraccio
avrebbe una brutta fine… "Il nobile Hasab, re delle terre oltre il
mare” in un istante Xena estrasse la spada ed Olimpia impugnò i
sai. Altri cinque uomini sbucarono da dietro delle casse. I poveretti saltarono
addosso alle due, ma furono respinti. “Accovacciati!!” gridò
Xena lanciandosi a tutta birra verso Olimpia. La giovane obbedì e si
acquattò di botto. Xena si catapultò sui nemici usando la schiena
di Olimpia come pedana “Yahooo!” “Ahia, Xena, staccia attenta!!!
La mia schiena non è una pedana di lancio!!!” esclamò Olimpia
irritata. Era distesa a terra a causa del colpo ricevuto dalla stessa Xena.
Ma lei era troppo impegnata a lottare per ascoltarla “Bell’amica!”
gridò alzandosi e stendendo un guerriero che le stava correndo incontro
per ucciderla “Sono decisamente stufa di questa vita - ironizzò
- prendere a pedate nel sedere i cattivi tutti i giorni. Xena, tu non lo trovi
noioso?” chiese infine con tono seccato “Per niente!” replicò
Xena scherzosa, ‘lanciandole’ addosso un poveretto che aveva appena
conciato per le feste. E qui saltava fuori il vero animo di Xena, la guerriera,
quella che non si arrendeva mai e soprattutto che non doveva chiedere mai, soprattutto
dei giorni di riposo. Eppure sapeva che in quell’occasione ne aveva bisogno,
come mai nella sua vita. “Stai almeno attenta a dove butti la roba!”
Fu la risposta un po’ irritata di Olimpia. Gli altri si diedero alla fuga
come agnellini, primo di tutti il bufalo che aveva attaccato briga e che poco
tempo prima sembrava tanto spavaldo… “Eh, è vero - sbuffò
Xena piuttosto seccata - i cattivi non sono più quelli di un tempo…”
“la nave sta per partire!” esclamò qualcuno “Maledizione,
no!” esclamò Xena “Ho già pagato, cavolo!” Le
due guerriere presero le proprie cose più in fretta che poterono e corsero
a perdifiato verso la galea. Giunsero appena in tempo per non rimanere a terra.
“Hasab…bene. Per fortuna dobbiamo andare proprio là”
Ecco. Rovinare le tranquille giornate di riposo. Addio, care mattine passate
a fare il bagno, pomeriggi trascorsi a pescare, magari cacciare, per avere del
cibo da mangiare; serate passate a contare le stelle e chiacchierare del più
e del meno…sarebbe stato proprio bello…e invece no. Doveva arrivare
questo stramaledetto Hasab a rovinare tutto. Cavolo, cavolo e cavolo! Non ci
voleva proprio. La nave veleggiava rapida e tranquilla sull’azzurro mare
del nord, calmo e cristallino. “È così rilassante…”
disse tranquilla Olimpia sul bordo della barca, guardando oltre di essa “Non
hai mal di mare?” chiese Xena mettendole una mano sulla spalla “No…”
rispose lei. Era rilassata. Estremamente rilassata. Di solito il mare le faceva
un effetto strano, la faceva stare male. Stavolta però era diverso. I
flutti la rilassavano, la facevano sentire bene. Era la prima volta in tuta
la sua vita. Non aveva nemmeno dovuto usare il tocco di Xena per non svenire
dal mal di mare. Era qualcosa di nuovo. “Ti vedo rilassata…”
“È strano, sai? Per la prima volta nella mia vita, non mi sento
male. Anzi, mi sento estremamente calma” “Buon per te. Meglio mangiare
un poco…” le due andarono sotto coperta e parlarono con uno che
doveva per forza essere cuoco (anche se non ne erano sicure…) il quale
diede loro del cibo (non erano sicure nemmeno di questo!). Andarono nella propria
stanza “Non mangiare troppo, eh!” “Certo! Meglio non spezzare
questo magico momento…” “Di cosa stai parlando?” chiese
Xena perplessa “Oh, del fatto che sto finalmente bene” rispose Olimpia
ridacchiando. Il cibo non sembrò per niente cibo. Era disgustoso, a dir
poco. Roba da galea. Olimpia mangiò solo un po’, ma si sentì
male lo stesso. Dei tremendi attacchi di mal di stomaco la tormentarono tutta
la notte. Xena le rimase accanto; non la lasciò sola un solo istante.
“Ecco…spezzato il momento magico” sospirò debolmente
“Non è colpa tua…quel cibo era pessimo” “Dire
pessimo è dire poco!” ribatté Olimpia in un impeto di rabbia.
Xena tentò di farla stare meglio, con il tocco sul polso. A qualcosa
servì. Almeno non aveva la pelle color verde muffa, o bianco latte. Però
continuava a tremare “Ho freddo” la guerriera la avvolse con una
coperta. Il letto almeno era morbido, eppure ad Olimpia sembrava di essere distesa
su dei chiodi. Aveva la febbre alta, e anche se sentiva la fronte scottare,
aveva un freddo boia. Porca miseria, chi diavolo gliel’aveva fatto fare
di mangiare quella robaccia?!? Sapeva che il cibo delle galee era quasi un veleno;
ma aveva fame. Non poteva rimanere a digiuno fino al giorno successivo. Alla
fine si addormentò, stravolta, anche se non avrebbe mai creduto di poterci
riuscire. Quando si svegliò stava meglio. Dire meglio sarebbe stato dire
troppo. Non aveva più la febbre. Ma sentiva ancora lo stomaco sottosopra
“Siamo quasi arrivate” le disse Xena portandole un bicchiere colmo
di latte fumante. Doveva esserlo “È buono?” “Certo…bevi”
la poetessa mandò giù il latte lentamente, bevendo ogni sorsata
con calcolata lentezza. Quando il bicchiere fu vuoto, Olimpia aveva decisamente
un altro colore. Era meno pallida… “La nave si è fermata”
sentenziò Xena “uuuh, non ce la faccio…” mugugnò
Olimpia tendendo le braccia verso la guerriera “Non fare la pigra!”
le rispose Xena “Mmmmh!” la supplicò allora la giovane sbattendo
le palpebre e sfoggiando quella sua espressione da innocentina deboluccia cui
nessuno può resistere “Lo sai che non resisto quando fai così!”
disse prendendola sottobraccio, aiutandola ad alzarsi “È per questo
che lo faccio, Xena!” la donna raccattò tutte le cose sparse per
la camera e uscì, trascinandosi dietro la giovane poetessa che stava
in piedi per miracolo. Scesero dalla nave maledicendo il cuoco che aveva dato
loro quella schifezza, egli si difese con un indispettito ed alquanto seccato
“E che cavolo di colpa ne ho io se mi hanno dato della carne scadente
?!?” “Stai zitto, razza di imbecille! Ma dove hai imparato a cucinare?!?
La prossima volta controlla meglio il cibo che ti portano! Se mi avveleni di
nuovo Olimpia, giuro che ti faccio a pezzi!” Uomo avvisato, mezzo salvato.
Al ritorno si avrebbe visto. In quel momento però le due erano intente
ad osservare il luogo in cui erano capitate. Era veramente bello come Hercules
aveva descritto loro: i boschi erano realmente rigogliosi ed incredibilmente
estesi; si perdevano oltre l’orizzonte. Le persone erano diverse, avevano
i capelli rossi e la carnagione chiara, gli uomini portavano la barba lunga
ed incolta; le donne avevano una maglia a maniche corte ed una gonna lunga,
indossavano abiti spesso quadrettati, sempre variopinti. Gli uomini portavano
dei gonnellini a mezza gamba, un po’ più lunghi di quelli greci
o egizi. Avevano un buffo cappello dalla forma schiacciata in testa. Erano tutti
sorridenti, chiacchieravano amabilmente fra loro. “Davvero un bel posticino”
attaccò calma Xena “peccato che non siamo qua a divertirci, vero
Xena?” “Già” “Oooh, Xena! Me l’avevi promesso!
Cavolo, me l’avevi promesso!!!” “Lo so, Olimpia, ma vedi anche
tu che non abbiamo scelta” “Sì invece! Insomma, sono loro
che ci cercano, no? Possiamo anche fare un periodo di riposo e lasciare che
siano i sicari di questo Hasab a trovarci. Si potrebbe fare, vero?” “Forse.
O forse no” “E insomma, Xena! Io ho bisogno di riposare, di cure.
Non puoi chiedermi di lottare, non ora” “Hai ragione” infine
la prode Principessa Guerriera si dovette arrendere di fronte alla disarmante
tenacia della giovane bardo guerriera. “Prima andiamo al villaggio qui
vicino per cercare delle medicine; e ce ne andremo in un bosco, vicino ad un
fiume. Dovrebbero essercene qui vicino, sperando non siano troppo lontani…”
“Si può fare” “Magari se prendiamo dei cavalli…”
“Ah, no! Non ci pensare nemmeno” “Xena, non vorrai andarci
camminando?!?” “I cavalli potrebbero scappare. E poi costano”
stavolta fu Olimpia che si dovette arrendere. Sarebbero andate a piedi. Bè,
non poteva ottenere tutto. Aveva già spillato abbastanza dalla povera
guerriera. Le due andarono nel villaggio in cui erano sbarcate. Trovarono subito
una baracca che vendeva medicamenti, e presero ciò che serviva loro,
più un del cibo e qualcosa da bere. “Prendi questo. Ti farà
stare meglio” disse Xena porgendo un bicchiere con uno strano liquido
verdastro dentro “No” rispose Olimpia contrariata “Forza!”
incalzò la guerriera mettendole la tazza fra le mani. La poetessa bevve
un sorso, poi ritrasse il bicchiere schifata “Che razza di roba è
mai questa?!? Non intendo berne un altro sorso!” “È un infuso
di erbe. Ti farà sentire meglio” aggiunse spingendo di nuovo il
boccale verso la bocca. “Mhhh!” La donna bevve tutto di un fiato,
controvoglia, con un’espressione terribile dipinta in volto. “uooh!
Mai sentito niente di più cattivo!” “Smettila di lagnarti.
Fra un po’ mi ringrazierai di avertelo fatto bere!” Si recarono
in una locanda e chiesero informazioni, fu detto loro che un fiume pieno di
pesci scorreva non lontano a nord, e separava la foresta più rigogliosa
di tutta la nazione, in cui c’erano molti animali. Il posto ideale per
loro. Partirono subito. Il sole stava per calare. Avrebbero acceso un bel fuoco
rassicurante, avrebbero mangiato il cibo preso al villaggio, il mattino seguente
Xena sarebbe andata a caccia ed avrebbe preparato la colazione (Ne era capace,
poi?) mentre Olimpia avrebbe cercato di riprendere le forze. E così fecero.
Il lago era effettivamente vicino, vi giunsero prima che il sole calasse. Olimpia
si sedette su un tronco caduto, Xena la avvolse con una coperta di pelle “Vado
a prendere della legna” “Ti devo aiutare?” “No, non
è necessario. Riposa” era seduta lì, come una bambina lasciata
sola nel bosco; non aveva paura, ma sentiva di avere la stessa utilità.
Eppure lei era una guerriera, una regina amazzone! Non quel giorno. E nemmeno
per il successivo, forse. Era ancora debole. Se il viaggio in barca era cominciato
nel migliore dei modi; la fine non era stata altrettanto felice, Era stata intossicata.
Quell’idiota di cuoco non sapeva cuocere nulla; non sapeva nemmeno cosa
aveva cercato di rendere commestibile (senza riuscirci, ovviamente). Carne andata
a male. Gran bella roba…carne marcia cotta! Quell’imbecille le aveva
rifilato una schifezza indecente. Per fortuna Xena non aveva mangiato (strano
ma vero! Non aveva fame…). Quella era stata la loro salvezza. Se la guerriera
avesse mangiato…non ci voleva nemmeno pensare. Cominciava a sentirsi stanca…stava
cadendo all’indietro…Paf! Non riuscì ad evitarlo. Si addormentò
come un pulcino stanco.
Quando Xena tornò con la legna, trovò Olimpia sdraiata a terra,
in maniera scomposta. Pensò subito al peggio. Lasciò cadere le
legna (per poco non si pestò i piedi…) e corse in sua direzione.
Che idiozia! Non l’avrebbe dovuta lasciare sola in quegli stati, con dei
tagliagola alle calcagna. Come diavolo aveva potuto?!? Eppure non era stata
via troppo a lungo. Si inginocchiò, con il cuore in gola, per accertarsi
sulle sue condizioni; più che altro a cercare indizi su chi avrebbe dovuto
massacrare…non era ferita. Come? Respirava regolarmente. Si accovacciò
a terra, tirò un interminabile sospiro di sollievo. ‘mi sono preoccupata
per niente. Dorme come un angelo. È così tranquilla, così…’
scosse il capo. Più che altro fu la fame a scuotere lei. Doveva ancora
accendere il fuoco. Prima però prese Olimpia e la sistemò meglio,
dall’altra parte del tronco, più vicina a dove aveva già
ipotizzato di preparare il fuoco. La coprì bene con la coperta. Poi predispose
la base per il focolare e raccattò la legna che aveva fatto cadere prima.
Li sistemò accuratamente entro il cerchio di pietre che aveva meticolosamente
sistemato a terra. Dalla bisaccia trasse due pietre focaie, le sfregò
vicino alle foglie secche posate sopra i legni; ed ecco…il miracolo si
compì. Il fuoco si accese. Dapprima con una debole fiammella tremolante,
poi con una sempre più vigorosa. Alla fine tutto il legno cominciò
ad ardere. Xena depose le pietre di nuovo nella bisaccia; infilzò su
uno stecco la carne che aveva tagliato dal cervo comprato al villaggio. Ne lasciò
una parte, nel caso Olimpia si fosse svegliata ed avesse voluto mangiare (eventualità
assai rara, ma era meglio essere previdenti…) Dalla bisaccia trasse un
otre colmo di sidro preso nella taverna ed uno pieno di acqua riempito al fiume.
Aspettò che la carne fosse pronto. Infine consumò il magro pasto
(piuttosto in fretta). Mise dell’altra legna sul fuoco ed andò
a coricarsi. Era a pezzi. Si distese accanto ad Olimpia e si avvolse nella propria
coperta. Si addormentò quasi subito, stravolta. La mattina seguente fu
sorprendentemente Olimpia la prima ad alzarsi, spinta dai morsi della fame.
Stava meglio. La medicina presa al villaggio aveva evidentemente fatto effetto.
Xena aveva ragione. Si stupì di essere distesa in un posto diverso da
quel che ricordava. Pensava di essere caduta addormentata dietro al tronco.
Era disorientata. Doveva per forza essere stata Xena. Pazienza. Non ci avrebbe
di certo fatto su un dramma. Provò ad alzarsi. Tutto a posto. Le forze
le erano tornate. Si sentiva forte come un leone. Altro che pulcini pigolanti!
Quel giorno lo avrebbe vissuto da protagonista! Un acuto brontolio dello stomaco
la riportò con i piedi a terra, ricordandole che fare le dure riusciva
meglio con la pancia piena. Trovò della carne di cerva deposta accuratamente
vicino al fuoco. Cruda. Ed il focolare era spento. Perfetto! Discostò
la cenere con un ramo e mise degli altri legni nel fuoco. Frugò nella
bisaccia di Xena finché riuscì a trovare le pietre focaie. Le
sfregò. Riuscì ad accendere il fuoco al primo colpo. Grande! Infilzò
i pezzi di carne in un ramo sottile e li mise a cuocere. Per fortuna non ci
volle molto perché fossero pronti. Trovò anche due otri. Annusò
il contenuto del primo. Sidro. Meglio di no…il secondo conteneva acqua.
Bevve una sorsata. Buona. Soffiò sulla carne per farla raffreddare un
poco e poi iniziò a mangiare. Lentamente, cercando di gustare ogni singolo
boccone. Dei rumori dietro le siepi la insospettirono. Rumori strani e metallici.
Decisamente umani. Dei mercenari “Ehi, Xena, guai in vista” Impugnò
le armi ed iniziò a scuotere la guerriera che dormiva ancora. Per lo
meno dava l’impressione di farlo. In realtà aveva già la
spada in mano “Uno dalla tua parte e due dalla mia” sussurrò
voltandosi “Solo tre?” chiese Olimpia stupita “Così
pare” I malcapitati infine balzarono aldilà dei cespugli ed attaccarono
le due (ci provarono - poveretti…) le quali erano già in piedi,
pronte a respingere gli aggressori. Olimpia parò un paio di fendenti,
poi passò all’attacco e ridusse il guerriero allo stato di agnellino.
Egli corse via velocemente, belando frasi di intimidazione. Xena aveva nel frattempo
a che fare con gli altri due. Malgrado fosse stanca, e le ferite le facessero
ancora un po’ male, riuscì facilmente a metterli in fuga. Erano
delle mezze calzette. Nemmeno degni di nota. “Uuuh, sicari mattutini!
Tanto per cominciare bene la giornata!” esclamò Olimpia deponendo
i sai “Non si può più stare tranquille a questo mondo!”
rispose Xena seccata, riponendo la spada “Hai acceso il fuoco…”
“Avevo fame, così mi sono cucinata un po’ di carne”
“Ne è rimasta?” “sì, ce n’è ancora
qualche parte” mugolò Olimpia indicando col dito la carne rimasta.
Era evidente che aveva ancora fame “Bè, mangiala tu. Io vado a
pescare qualcosa al fiume; magari vedo se riesco a trovare qualche frutto…”
“Grazie” pigolò Olimpia facendo di nuovo quello sguardo da
cerbiatta che sarebbe stato capace di incantare chiunque. Si sedette di nuovo
accanto al fuoco, mise dell’altra carne sullo stecco e la fece cuocere,
lentamente. All’improvviso sentì una mano venire da dietro e coprirle
la bocca, un’altra cingerle la vita. Era immobilizzata. Dannazione! La
stavano catturando e non riusciva a divincolarsi. Si mosse e si dimenò,
cercò di afferrare l’aggressore per il capo, ma non vi riuscì.
Questi sembrava intenzionato ad ucciderla. Cavolo, cavolo, cavolo! Tentò
di prendere le proprie armi. Niente da fare. La mano che le stringeva la cintola
allentò la presa ed andò a bloccarla. Tolse le armi dai calzari
e le gettò lontano. Tirò una forte gomitata. Sembrò funzionare.
Entrambe le mani mollarono la presa. Olimpia si alzò, raccolse le armi
e si voltò. Davanti a lei c’era un individuo alto, muscoloso, che
stava estraendo la spada. Era vestito di nero, indossava un mantello che gli
copriva il volto, ricadendo morbido sulle spalle. Gliel’avrebbe fatta
pagare cara per aver tentato di ucciderla. L’uomo scattò in avanti
con l’arma spianata, ma la giovane donna schivò facilmente l’attacco.
Ella lo colpì con i sai alla schiena, non con la punta, ma di lato. Egli
però sembrò non accusare minimamente il colpo. Anzi, si voltò
e partì di nuovo all’attacco, quasi niente fosse. Olimpia schivò
di nuovo. “Xena!!!” gridò. Se lei non riusciva ad ucciderlo;
la Principessa Guerriera non avrebbe avuto problemi. Il misterioso guerriero
ripartì in avanti e colpì la donna al braccio, approfittando di
un istante di distrazione. “Maledetto!” gridò lei stringendosi
il braccio sinistro con la mano opposta. Si buttò in avanti, stavolta
con l’arma dalla parte della punta, per uccidere. Il sai si conficcò
nel braccio destro dell’uomo. Nemmeno un grugnito. Niente. Quasi la parte
lesa non fosse sua. Olimpia estrasse l’arma confusa. Cosa poteva fare?!?
Non era riuscita a scalfirlo in alcun modo. Indietreggiò impaurita. Il
misterioso assalitore invece si faceva sempre più vicino e minaccioso.
Era il caos totale nella mente della donna. Il braccio gli sanguinava, me egli
sembrava non provare dolore. L’arto di Olimpia invece le doleva in maniera
pazzesca. Pari gravità. Diverse reazioni. Come cavolo faceva?!? Ora la
giovane era al limite fra follia e terrore. Ricadde a terra, mollando le armi
al suolo. Il guerriero mosse velocemente la spada e ferì Olimpia al fianco
destro “Aaah!” La giovane si contorse per il dolore. La ferita era
sufficientemente profonda da metterla fuori combattimento. Simile a quella subita
contro i cannibali. Restò distesa a terra, tramortita. Era allo stremo
delle forze. La ferita le doleva in modo insopportabile. Stava per perdere i
sensi. Non doveva! Sarebbe morta di sicuro. Non poteva! Cercò di rimettersi
in piedi. Del tutto inutile. L’unica cosa che riuscì ad ottenere
fu di mettersi a faticosamente a sedere. Riprese le proprie armi in mano. Il
misterioso uomo era su di lei, con l’arma protesa in avanti. La giovane
poetessa chiuse gli occhi e buttò la mano destra in avanti. L’arma
andò a colpire violentemente la coscia dell’uomo. Niente. Silenzio.
Quando infine riaprì gli occhi, vide l’arma piantata nella gamba
ed un rivolo di sangue che scorreva macchiando i pantaloni. L’uomo fece
un sorriso arcigno (per lo meno così sembrò ad Olimpia) e levò
lentamente l’arma conficcata, quasi a sottolineare che l’operazione
non gli procurava alcun dolore. Infine gettò il sai lontano e riprese
la lenta marcia verso il patibolo, come un boia. “Xenaaaa!!” gridò
la bardo guerriera disperatamente. Sapeva che era la fine. Improvvisamente qualcuno
sbucò da dietro i cespugli come una furia. Era Xena. Aveva la spada protesa
in avanti e stava correndo come una pazza. Colpì l’uomo alla schiena
violentemente. Egli finalmente cadde indietro. Forse iniziava ad accusare tutti
gli attacchi subiti in precedenza. Era ora! “Olimpia! Che tu è
successo?” “Quello mi ha…attaccato…non…riuscivo…a
fargli del male…era come se non sentisse il dolore…spaventoso”
“Ma che dici?!? Se non stava più in piedi! Olimpia, è evidente
che tu ti sia sbagliata! Non ho quasi dovuto colpirlo…è più
malridotto di te” Olimpia lo guardò smarrita. Xena aveva ragione.
Come al solito, del resto: quel poveraccio era ridotto piuttosto male. Che diavolo
le stava accadendo?!? Era sicura di quel che aveva visto…o no? Forse era
lei quella che non stava bene. La Principessa Guerriera stava curando il poveretto,
usando in parte il mantello da cui, tagliandolo a strisce, aveva ottenuto delle
bende. La ferita sulla gamba era molto grave, a differenza di quella sul braccio
che non era poi così male come credeva. Olimpia si distese a terra, rimase
ferma a guardare il cielo. Più che altro cercava di mettere in ordine
le idee. Era molto confusa. Non sapeva più a cosa credere. Eppure sapeva
di aver ragione. In quell’occasione, almeno. Che stramaledetto casino!
Si sentiva scombussolata. La ferita poi le pulsava in modo assurdo. Si era distesa.
Non credeva di essere più in grado di rialzarsi. E Xena che faceva? Stava
curando quel ladrone che l’aveva assalita. Dannazione! Si sentiva maledettamente
male, e lei non era lì ad aiutarla. La rabbia stava prendendo possesso
del suo spirito. Sentiva l’ira ribollirle dentro come un pentolone pronto
a traboccare. Un viso si stagliò davanti a lei. Sentì una mano
calda posarsi sul suo viso. Era Xena. Ah! Finalmente si era degnata di venire
da lei! Sentì un dolore lancinante al fianco, dove c’era la ferita.
La guerriera le stava tastando il taglio, per verificare l’effettiva gravità
del danno. Olimpia si contorse per il dolore. “È più grave
di quel che pensavo!” sentenziò ponendo delle foglie curative.
La poetessa non riuscì a trattenere un acuto grugnito di dolore. “Mi
dispiace” disse Xena turbata. Era preoccupata per Olimpia, glielo si poteva
leggere in volto. Ma Olimpia, no, lei non lo poteva vedere. Era svenuta. Il
dolore era insopportabile. La giovane era tutta sudata, ansimava e si agitava.
“Ma che cavolo mi è venuto in mente di curare quel tagliagole prima
di lei?!? La situazione è peggiore di quel che credessi…”
un lampo le attraversò la mente. Corse in direzione del disgraziato.
Prese la sua spada e l’annusò “Veleno” sussurrò
stizzita. Gettò l’arma lontano “Povera la mia Olimpia; sfido
io che eri così confusa. Tornò di nuovo dalla giovane, che si
sentiva peggio. Aveva una brutta cera. Era pallida. Si dimenava come una indemoniata.
“Che cavolo!” Doveva trovare subito l’antidoto. Le venne in
mente un'altra vicenda accaduta molto tempo addietro; in cui Olimpia era stata
avvelenata da una maledetta freccia. Non voleva rivivere tutto di nuovo. Le
era bastato quel poco nel mondo dei ricordi. Le strinse forte le mani che protendeva
verso di lei. Era cosciente; almeno in parte. “Xena…” sospirò
piangendo. Stava male. Come l’ultima volta. Le immagini di quella avventura
le passarono nella mente, provocando un dolore forse maggiore di quello fisico.
Le venne in mente tutto il dolore la preoccupazione di Xena, tutti gli sforzi
che fece per tentare di salvarla malgrado un’armata si stesse dirigendo
verso di loro. E si sentì incredibilmente in colpa per quello che aveva
pensato. Xena era giusta e leale. Se aveva ritenuto giusto fare in quel modo;
poteva scommetterci, aveva ragione…come sempre “Perdonami”
riuscì a dire “Cosa?!?” chiese Xena perplessa. Non sapeva
a cosa si stesse riferendo. Forse chiedeva scusa per aver conciato i mercenario
a quel modo…in tal caso non ce n’era alcun bisogno…evidentemente
si era meritato tutte quelle botte. “Ti senti in colpa per quel farabutto?
Non devi…” “No…mi sento in colpa…per te”
disse faticosamente. Le mancava quasi il respiro. “Non capisco…insomma…non
mi hai fatto proprio niente” Olimpia scosse il capo chiudendo gli occhi;
mosse la mano destra verso l’altro fino ad incontrare il volto di Xena.
La fiamma della sua vita si stava lentamente spegnando. Eppure sentiva il cuore
batterle forte come non mai. Sentiva il volto della guerriera caldo come una
fornace. Anche il suo lo era. “Aspetta…torno fra poco” le
baciò teneramente la guancia, poi le sussurrò ad un orecchio “Per
favore, tieni duro ancora un poco. Torno presto con l’antidoto”
Si alzò e le lasciò la mano…no… Avrebbe voluto stringergliela
ancora un poco…le dava forza sentirla vicina. Si fermò a riflettere.
Antidoto per cosa? Moh…forse era impazzita del tutto… Xena si mosse
rapida ed andò di nuovo verso il tagliagole. Doveva per forza avere con
sé l’antidoto. Frugò fra le sue cose. Trovò due boccette.
Una con un liquido rossastro, un altro gialliccio. Quale era il veleno, e quale
invece l’antidoto? Non ne aveva idea. Provò ad annusare. Maledizione;
nessuno dei due aveva odore. Era un nuovo tipo di veleno. Cavolo! Non si sapeva
decidere. Se avesse dato da bere ad Olimpia la boccetta sbagliata, sarebbe morta
nel giro di pochi istanti. Se invece la giovane avesse bevuto l’antidoto,
sarebbe guarita nel giro di poco tempo. Non avrebbe potuto rischiare la vita
della preziosa amica inutilmente. Non poteva permetterselo. Assolutamente no.
Tornò dalla giovane “Ok; una notizia buona e una brutta. Notizia
buona: ho l’antidoto per il veleno contenuto nella spada che ti ha ferito.
Notizia cattiva, non so quale dei due sia” annunciò la donna mostrando
le boccette. “Oh, grande!” rispose la ragazza. Ora aveva anche freddo.
Tremava come una foglia al vento. La Principessa Guerriera se ne accorse. Prese
la coltre che avevano portato e la avvolse “Meglio?” “Grazie”
rispose lei rinfrancata. Xena buttò altra legna sul fuoco, mise Olimpia
a sedere e la avvicinò al focolare. C’era la guerriera a tenerla
su, con una mano attorno alla vita ed una a stringere la mano ormai gelida della
poetessa. “Dobbiamo decidere. Quale delle due?” “Gialla”
sospirò Olimpia. Ormai era giunta la fine per lei. Malgrado Xena pensasse
che la giusta fosse la rossa, assecondò la giovane compagna. Tolse il
tappo alla boccetta “Bevine soltanto un poco” avvicinò l’estremità
alle labbra di Olimpia, che bevve una sorsata. Non restava che attendere. Nulla
sembrò cambiare, inizialmente. Ma poi la poetessa iniziò a tremare
con maggior vigore. Fu scossa da tremende convulsioni. Ovviamente avevano scelto
quella sbagliata. Xena aprì in tutta fretta la boccetta contenente il
liquido rossastro; l’antidoto. Cercò di farle bere il contenuto,
ma Olimpia era troppo agitata, non riusciva proprio ad avvicinargli il contenitore
alla bocca. “Bevi, Olimpia, bevi!” esclamò terrorizzata.
Distese la donna a terra. Le tenne ferme le braccia per qualche istante con
le mani. Niente da fare. Doveva agire in fretta. Non poteva lasciarla morire!
Ma come poteva fare, se Olimpia continuava a dimenarsi a quel modo? Non riusciva
a trovare una situazione, era troppo agitata. Non riusciva proprio a pensare.
Cavolo! Decise di optare per un intervento drastico e diretto. Le tenne fermo
il collo con una mano mentre con l’altra le fece bere il contenuto della
boccetta. Era un metodo brusco, forse persino brutale, e se ne dispiacque; ma
in quel momento non le venne in mente niente altro. Qualche altro istante e
la giovane si calmò. Olimpia si era addormentata. Meno male. Il suo volto
non era più contratto, ma sereno. Era salva. Grazie agli dei. Xena si
distese un attimo. Doveva smaltire un bel po’ di emozioni che si erano
accavallate in un lasso di tempo troppo breve per lei. Poi però si ricordò
di una cosa. Doveva trovare un modo efficace per far stare buono il loro amico:
era sveglio e stava già cercando di svignarsela…no, stava ripartendo
all’attacco. “Uff! Mai una volta che si possa stare in pace!”
Forse poteva ‘convincerlo’ a raccontarle tutto quanto; come per
esempio chi l’aveva mandato, perché, magari anche dove si trovava
questo fantomatico Hasab. Stava già agitando le dita, con un sorriso
crudele stampato in volto. Il poveraccio stava strisciando, in ginocchio, guardò
la guerriera terrorizzato. Tap! Fu un attimo. Con il pinch lo immobilizzò.
“Ho bloccato l’afflusso del sangue al tuo cervello. Morirai in trenta
secondi, a meno che tu non mi dica…primo! Chi ti manda. Secondo! Perché
ce l’hanno con noi? Terzo! Dove posso trovare un certo Hasab?” “Ok,
parlo, ma togli il tuo incantesimo!” sussurrò egli. La donna tolse
il pinch, ed il malcapitato cadde a terra. “Allora? Sto aspettando”
“Mi…manda Hasab. Ti vuole morta perché sa che cercherai di
salvare i druidi. Lo puoi trovare a Mihai.” “E dove si trova questa
Mihai?” “Più a nord, oltre il bosco” A questo punto
l’uomo si dileguò oltre gli alberi a nord. Di certo a riferire
ogni cosa a quel maledetto di Hasab. Tornò di nuovo da Olimpia. I sogni
della donna ora erano agitati; il suo volto era corrugato, sudato sulla fronte.
Chissà che dura lotta stava combattendo il suo organismo contro l’effetto
del veleno… era mattina inoltrata. Mancava poco a mezzogiorno e Xena aveva
fame. Come prima cosa però andò a pendere dell’acqua al
fiume, poi uno straccio che aveva nella bisaccia, la intrise di acqua e la pose
sulla fronte della poetessa, che scottava come una fornace. Infine prese spada
e chakram per andare a caccia, senza allontanarsi troppo. Doveva fare attenzione.
E soprattutto non doveva impiegare molto tempo. Olimpia era indifesa, qualcun
altro avrebbe potuto attaccarla. Per prudenza la nascose un poco all’ombra
degli alberi, sempre avvolta nella coperta. La bardo guerriera si era svegliata
e sembrava stare meglio; giusto un po’. Aveva la febbre alta, ma era normale;
quel veleno era maledettamente potente. “Io devo andare a caccia; non
abbiamo più cibo. Non ti preoccupare, resto qui vicino. Spero di fare
abbastanza in fretta. Se ci sono problemi, chiama. Io ti sentirò”
Olimpia si limitò ad annuire. Era molto stanca e le rimanevano ben poche
energie. Xena le sistemò la coperta e partì. Cercò di fare
più in fretta che poté. Andò verso est, dietro gli alberi
secolari che dominavano la foresta. Vide un cerbiatto. Lo seguì silenziosa.
Lanciò il chakram. Il povero animale fu immediatamente colpito. Nulla
sfuggiva al chakram di Xena. Il cerbiatto grugnì prima di stramazzare
a terra. Bene. Lo prese e se lo buttò sulle spalle. Tornò all’accampamento.
Olimpia era ancora dove l’aveva lasciata. Per fortuna. Sperando non le
fosse accaduto niente… “Tutto bene?” Olimpia annuì
timidamente. Era molto debole; non aveva una buona cera: il volto pallido, le
mani tremanti, gli occhi lucidi. Tipico. Dopotutto era quasi morta avvelenata…
“Ho preso un cerbiatto. Ne avremo abbastanza almeno per oggi” Le
si sedette accanto ed iniziò a preparare la carne di cerbiatto per la
cena. L’operazione le richiese molto più tempo di quel che credette.
Alla fine però riuscì a ricavare abbastanza carne per pranzare
e cenare. Olimpia non avrebbe mangiato molto… il fuoco stava quasi per
spegnersi. Si guardò attorno. Cavolo, era finita la legna. Si allontanò
nuovamente per prenderne dell’altra. Mentre era in mezzo alla boscaglia,
sentì un rumore sospetto. Un altro mercenario. Xena si voltò di
scatto protendendo in avanti il pugno. Era una donna, coi capelli rossi corti,
gli occhi verdi pieni di vita ed un abito da guerriera. Ella parò l’attacco
di Xena. “Brava…sei agile e forte. Oltre che accorta. Ti sei resa
conto della mia presenza ancora prima che sbucassi dai rami” “Abitudine”
rispose Xena ritraendo il braccio “Perdonami” aggiunse poi “Tu
devi essere Xena. Hercules mi ha parlato di te” “E tu?” “(Mortigar?).
Piacere di conoscerti.” “Ah, piacere mio. Scusa ma ho del lavoro
da fare. Devo prendere della legna. E non posso assentarmi troppo dal mio campo”
“Se vuoi ti do una mano” “Volentieri” Con l’aiuto
della nuova venuta, tutto fu più facile e rapido “Vieni con me;
ti offro qualcosa da mangiare” “Grazie! Accetto il tuo invito”
Tornarono all’accampamento. Xena guardò in direzione di Olimpia.
Dormiva beata “Una tua amica?” “Sì. È stata
avvelenata da un sicario di Hasab” “Hasab, hai detto? Lo conosco.
A dire il vero, lo sto combattendo” “Vuoi dire che…”
“Io sono l’ultimo druido rimasto. Rappresento la giustizia. E tu
sei una donna giusta, Xena” “Non è stato sempre così”
rispose Xena incupita “Lo so. Io posso vedere nel tuo animo e nel tuo
passato. Un tempo eri spietata e crudele, proprio come ero io. Ora però
sei cambiata, grazie a lei - commentò guardando Olimpia - conduci una
vita molto difficile, in molti avrebbero rinunciato già da tempo; mentre
tu continui senza lasciarti scoraggiare dalle innumerevoli asperità che
ti capitano durante questo sentiero” “Non posso permettertelo. Non
posso lasciare che le forze del male sconvolgano questa terra, il bene deve
vincere. Non può. Noi siamo le uniche due” “Forse. O forse
no” rispose la donna sorridendo “C’è anche Hercules.
E ci sono io. E ce ne sono molti altri. In tutte le terre” “Certo.
Se stai cercando di convincermi a smettere, non ci riuscirai - disse calma,
risoluta - questa è la sola vita che so condurre, non saprei fare nulla
altro” “Capisco. E per la tua amica è lo stesso?” “Purtroppo
no - rispose Xena rabbuiata - Olimpia potrebbe fare molte altre cose, meno pericolose.
Ho tentato di farle cambiare strada, ma non c’è stato nulla da
fare. Lei vuole seguire il mio destino, ed anche a me sta bene tutto sommato”
“Eppure non ti vedo convinta” “Infatti! Guardala, è
finita nei guai per colpa mia. È successo molte altre volte in passato,
e so che di sicuro succederà ancora. Non voglio. Certo, è diventata
molto abile nell’arte della lotta, ma so che non è quello ciò
che vuole. Lei è una poetessa. Starebbe meglio in una scuola della Grecia,
magari a mettere le sue opere in scena. Avrebbe successo” “Comprendo
il tuo dispiacere; a volte risulta difficile dover avere a che fare con responsabilità
simili, decidere il destino di una persona…è molto pesante”
“È solo che…non vorrei obbligarla a seguirmi lungo questa
vita da guerriera.”
Olimpia si era svegliata. Aveva sentito dei passi. La voce di Xena. Ed una che
non aveva mai sentito. Aveva involontariamente ascoltato i loro discorsi. La
Principessa Guerriera era triste. Parlavano proprio di lei. Xena stava dicendo
alla nuova venuta che le dispiaceva per l’accaduto, poi parlava del passato,
dell’accademia di poesia in Grecia. Riusciva a sentire la vena di malinconia
nel tono. ‘Non devi…’ pensò. A dire la verità
avrebbe voluto dirlo, ad alta voce, per farsi sentire, ma niente da fare. Aveva
la gola secca, le bruciava. Non riusciva a muoversi. Perfetto! Era del tutto
indifesa. Una lacrima le rigò il volto “Xena…” sussurrò
debolmente. La guerriera udì il suo richiamo e si precipitò da
Olimpia, dimenticandosi completamente di Mortigar. Le si inginocchiò
accanto. Le prese una mano. Tremava. “Dimmi” “Non…devi”
“Ci stavi ascoltando?” Xena le passò la mano sulla fronte.
Scottava terribilmente. Prese lo straccio che era in ammollo in un piccolo recipiente
e glielo pose sulla fronte “Meglio?” “Sì, grazie”
“Allora hai ascoltato la nostra discussione?” “Non dovevo?”
chiese lei imbronciata “No, non è questo” rispose Xena sorridendole,
accarezzandole il viso “Insomma, prima o poi te l’avrei detto…credo…è
ora che tu cominci a decidere da sola del tuo destino. Non ti obbligo più
a seguirmi. Le ultime esperienze mi hanno fatto riflettere molto” “Per
questo hai deciso di fare una pausa?” “Anche” “Meglio
che vada. A quanto vedo avete abbastanza problemi da risolvere” disse
la nuova venuta. “Ci vedremo ancora” se ne andò silenziosamente,
le due quasi non se ne accorsero. “È vero che volevo prendermi
una pausa…ne avevo bisogno… ma avevo anche un urgente bisogno di
parlarti…non posso chiederti di rischiare la tua vita ancora. Gli ultimi
scontri sono stati molto duri” “Come tutti gli altri, del resto”
“No, stavolta è diverso. Per la prima volta, ho avuto paura di
non farcela. Gli avversari iniziano a diventare molto forti, più di quelli
che abbiamo affrontato in passato. Io magari pensavo…che avrei potuto
farti tornare in Grecia, e magari andare in un’accademia di poesia. Hai
talento. Potresti fare molta strada” “E tu ne saresti felice?”
chiese, ben sapendo quale sarebbe stata la risposta. Xena voltò il capo,
per non mostrare l’espressione di amarezza che dominava il suo volto “Penso
che nemmeno a me farebbe poi tanto piacere…ormai sono abituata a questa
vita, sono abituata a viverla con te…e mi sta bene” “Ma…
- fece Xena voltando di nuovo la testa, mostrando un volto stupito - io non
voglio vederti soffrire a questo modo…lo sai che ti voglio tutto il bene
del mondo, e quando stai male, io sto anche peggio” “Ma non devi…”
“Non posso farne a meno…” disse stringendole forte la mano
“È più forte di noi - spiegò Olimpia - il legame
che ci unisce ci ha travolte come un uragano di cui è impossibile fermare
la corsa. Tutte le persone che abbiamo incontrato ci hanno detto di tenercelo
stretto. La tua soluzione non mi pare proprio l’ideale. Dobbiamo andare
avanti, fino alla fine del mondo, assieme” “Assieme” ripeté
Xena. Un rivolo di lacrime le rigava il volto. Olimpia riuscì ad alzare
un braccio, le asciugò il pianto dagli occhi. La Principessa Guerriera
si distese accanto alla poetessa, e si strinse a lei in un caldo abbraccio.
In quell’occasione era la giovane a consolare la rude guerriera, infondendole
forza. Ben presto fu pomeriggio inoltrato. Non se n’erano nemmeno accorte;
il tempo era volato, fra discorsi e discussioni “Io ho un po’ di
fame” disse Xena mettendosi a sedere. Il fuoco era praticamente spento.
Solo i tizzoni rimanevano. Accese di nuovo il fuoco “Ne vuoi un po’?”
chiese infine “Magari…” Olimpia iniziò a muoversi.
Riuscì a sedere. Xena mise delle legna sopra il fuoco e, dopo qualche
minuto di attesa, le porse uno stecco con della carne “Grazie” la
guerriera le si sedette accanto ed addentò un primo pezzo. Anche Olimpia
si accinse a mangiare. Aveva appetito. Ma solo poco. Per fortuna la carne era
poca “Allora, che hai intenzione di fare?” incalzò Xena un
po’ preoccupata “Secondo te?” “Sinceramente non ne ho
idea. Io spero che…” “Resto, ovviamente!” esclamò
Olimpia appoggiandosi alla spalla della guerriera. Un raggiante sorriso le spuntò
in volto. Sapeva di aver fatto la cosa giusta. Non avrebbe saputo vivere senza
Xena. Non a quel punto della propria vita. Ed era felice, perché sapeva
che per la Principessa Guerriera era lo stesso. Si strinse al suo braccio. Era
così calda, tranquilla, le riempiva il cuore di gioia. Per il solo fatto
di starle accanto. Era un momento magico, ma sapeva che non sarebbe durato a
lungo. Purtroppo avevano qualcosa da fare. Un nuovo nemico da combattere. Il
periodo di riposo era terminato ancor prima di iniziare. Ne avevano bisogno,
che diavolo! In quel momento più che mai. Erano stravolte, le ultime
battaglie erano state veramente faticose; troppo. Olimpia poi era completamente
esausta. Non le era rimasto un briciolo di energia. Bè, che cavolo, era
quasi morta avvelenata! Aveva tutto il diritto di essere stanca. “Domani
parto. Vado in direzione di Mihai” “C’è Hasab?”
Xena annuì incupita “Pensi di poter restare da sola un po’
di tempo?” “No” rispose Olimpia arrabbiata “Non se tu
sei là a com-battere.” “Ma tu non puoi venire…”
replicò Xena preoccupata “Posso eccome” Olimpia si alzò
lentamente, ma con sicurezza. Prese le armi che erano appoggiate a lato e le
mise al proprio posto. Anche la guerriera si era alzata. La guardava negli occhi
preoccupata “No, no, non posso lasciartelo fare. Non stavolta” “Perché
no?!? - gridò Olimpia esasperata - altre volte è successo. Ci
siamo già trovate in situazioni simili; perfino peggiori” “E
l’abbiamo scampata per un pelo. Anche di meno, spesso.” “E
mi hai sempre assecondato. Perché stavolta dovrebbe andare diversamente?”
“Non lo so” rispose Xena turbata. Non sapeva che dire. Il ragionamento
di Olimpia non faceva una grinza. Eppure non voleva esporla. Non in quel momento,
così debole. Poche ore prima era distesa a terra e boccheggiava come
un pesce fuor d’acqua. Ed ora le chiedeva di venire con lei a combattere.
Assolutamente no. “Olimpia mi dispiace molto, ma non discutere. Stavolta
non verrai. Penso che questo tipo non sia troppo forte. Posso batterlo benissimo
da sola. E poi ho il potere di uccidere gli dei, no? Tu non l’hai, e sei
molto più indifesa di quanto non lo sia io” “Potrai anche
avere il potere di uccidere tutti gli dei su questa terra, ma chi mi dice che
non ti ammazzi prima lui? Xena, non sono più una bambina, posso decidere
benissimo da sola cosa fare” “Ma non capisci?!?” sbottò
Xena allargando le braccia “Sto solo cercando di non farti rischiare la
vita per niente!” “Niente?!? E tu pensi che uccidere Hasab sia niente?”
“No! Sto solo dicendo che posso benissimo farcela da sola!” Olimpia
indietreggiò confusa, e portò le mani in avanti “Che diavolo
stiamo facendo?!? Stiamo litigando per cosa?!? Per decidere se io devo venire
o no? È una follia…” “Hai ragione…” disse
Xena andandole incontro, stringendola a sé “Allora è deciso:
vengo!” esclamò Olimpia sorridendo “Non ci pensare neanche”
la avvertì Xena discostandosi da lei e puntando l’indice con fare
severo. “Guarda, tramonta il sole” disse Olimpia sviandosi da una
situazione divenuta troppo pesante. Era il tramonto. L’astro luminoso
andava scomparendo oltre la foresta, sprizzando gli ultimi raggi di luce rossastra
sui cuori inquieti delle due guerriere.
Presto venne la notte e le due si coricarono. Xena mise dell’altra legna
sul fuoco, poi si avvolse per bene nella coltre, si mise a riflettere. Doveva
trovare una soluzione. Teneva troppo ad Olimpia per lasciarla venire. L’indomani
si sarebbe svegliata presto, all’albeggiare, avrebbe lasciato un messaggio
ad Olimpia, e le loro strade si sarebbero separate. Per sempre. Le doleva il
cuore al solo pensiero, ma non vedeva altre soluzioni. Si voltò e si
addormentò. Il giorno seguente sarebbe stato molto faticoso. Si alzò
poco prima dell’alba, come aveva progettato. Si alzò silenziosamente
da terra ed indossò l’armatura. Prese una pergamena ed una piuma
d’oca, anche dell’inchiostro. ‘Sono partita alla volta di
Mihai. Ti prego di perdonarmi, Olimpia, ma stavolta devo farcela da sola. Non
provare a seguirmi. Ho lasciato dei denari; prendi la galea e torna in Grecia.
Diventa una poetessa famosa, quello è il tuo destino. Xena’ stavolta
la lettera non era firmata con un bacio, ma bagnata di amare lacrime. Era la
fine di una stupenda avventura vissuta con l’amica migliore del mondo.
Appoggiò la pergamena accanto alla giovane, che ancora dormiva, vi mise
accanto un sacchetto con dentro dei denari. Prese la spada ed il chakram. Si
alzò e si diresse a nord, pronta ad affrontare il destino, e la sua nuova
vita. Il sole sorgeva illuminando il suo volto incupito. Si fermò e si
voltò di nuovo verso l’accampamento “Addio, Olimpia”
proseguì senza ulteriori indugi. “Così hai deciso di separarti
da lei” disse Mortigar apparendo davanti a Xena “Era la cosa migliore”
rispose lei spostando la donna di lato continuando il proprio cammino “Ne
sei sicura? Pensi che sarà felice, quando troverà quella pergamena?
Pensi che riuscirai ad essere felice d’ora in poi?” “Questa
non è la sua vita. Lei è buona, ha un animo generoso, non posso
continuare a decidere per lei. L’ho costretta troppe volte a non ascoltare
il proprio cuore” “Parli di non decidere più per lei. Eppure
che cosa stai facendo ora? Le hai forse lasciato la libertà di fare quel
che voleva?” “Non ti ci mettere anche tu, per favore. Ho abbastanza
rimorsi per conto mio” “Stai andando a Mihai?” “Sicuro!”
“Fai molta attenzione. Hasab è molto forte. Persino io sono in
difficoltà contro di lui” “Posso uccidere gli dei. Riuscirò
anche ad ammazzare uno sporco warlord!” “Come?!? Puoi uccidere le
divinità?!” chiese la donna perplessa “Ho questo potere.
Chi pensi abbia sterminato gli dei greci?” “Avevo sentito storie
in proposito, ma pensavo fossero sol invenzioni” “Non lo erano”
rispose Xena “Vengo con te. Ti potrei essere d’aiuto” “Fai
come ti pare” “Hai almeno una vaga idea di dove si trovi Mihai?”
“No” “Come hai intenzione di trovarla?” “Vado
a nord” replicò Xena irritata, voltandosi verso Mortigar “Io
so dov’è Mihai. Ti ci posso portare” “Muoviti, allora,
fammi strada” la Principessa Guerriera era più irritabile del solito.
Qualcosa in lei era cambiato. Sentiva un vuoto incolmabile nel cuore, ma provò
ad allontanare tutti i pensieri dalla mente. Doveva rimanere calma e concentrata,
per affrontare Hasab. Mihai era vicina, non impiegarono molto tempo a raggiungerla.
Essa era una fortezza che si erigeva su di un monte. “Bene. Grazie. Per
quel che mi riguarda, le nostre strade si separano qui” Xena proseguì,
senza badare minimamente all’altra guerriera che la stava seguendo, a
debita distanza. Giunse davanti al portone d’ingresso. Era molto ampio.
Colossale. Come il resto della fortezza. Xena bussò pesantemente. Un
uomo aprì leggermente il portone per vedere chi fosse. La donna ne approfittò
e lo stese, con un calcio ben assestato all’altezza della cintola. Spalancò
il portone e fece il suo ingresso trionfale a Mihai. Tutte le guardie che si
trovavano nel cortile del castello le si pararono contro. Meglio. La Principessa
Guerriera sfogò tutta la propria ira fra di loro, scagliando fendenti
a destra e a manca con la spada, lanciò il chakram, il quale mise fuori
combattimento numerosi soldati. Xena fece il resto: malgrado fu ferita al braccio
sinistro ed una freccia le trapassò la gamba sinistra, sconfisse tutti
i guerrieri. Quando ebbe finito, tolse la freccia dalla gamba. Annusò
circospetta. Per fortuna non era avvelenata. Un uomo uscì dall’ingresso
principale del castello. Era molto alto, muscoloso, coi capelli rossi e gli
occhi marroni, con dei lineamenti armoniosi e dolci; la pelle pallida. Non indossava
un’armatura. Al fianco sinistro teneva appeso uno spadone, mentre su quello
destro un pugnale. La guerriera si guardò attorno. Solo in quell’istante
se ne rese conto. Mihai non era altro che un castello situato su di un dirupo.
Nulla di più. Eppure lì vivevano guerrieri, guaritori, cuochi,
inservienti, schiavi. Una specie di villaggio. “Ma bene; sei riuscita
a sconfiggere le mie guardie. Complimenti. Tu sei Xena, vero?” “E
tu Hasab” “in persona” rispose egli facendo un maestoso inchino.
“Non dovresti essere così calmo. Tra un paio di minuti non rimarrà
più niente di te.” “Non ne sarei troppo sicuro” L’uomo
corse in sua direzione sguainando lo spadone. Xena si preparò ad evitare
l’imminente attacco. Hasab sferrò un rapido fendente, che tuttavia
non impensierì minimamente la guerriera. Ella si gettò sulla destra,
ruotò improvvisamente e scagliò un attacco diretto che tuttavia
andò a ferire l’uomo solo di striscio, al fianco destro. “Abile”
sibilò il warlord “Più di quel che pensavo. I miei uomini
avevano ragione a temerti.” “Anche tu dovresti” esclamò
Xena sorridendo. Per tutta risposta Hasab si gettò disperatamente all’attacco.
Niente da fare. Xena era nettamente superiore. Parò il colpo e contrattaccò.
Stavolta la spada si andò a piantare nella gamba destra del guerriero.
Di nuovo la donna si portò in avanti. Trafisse Hasab senza pietà,
allo stomaco. “Tutto qui?” chiese delusa. L’uomo stramazzò
a terra senza vita “E questo qui vi avrebbe impensierito?” chiese
stizzita, voltandosi in direzione di Mortigar. ‘la sua forza è
impressionante’ pensò la donna pietrificata ‘mai visto nulla
di simile’ “Sei tu che sei troppo forte” ma Xena non le diede
minimamente ascolto. Depose la spada ed uscì dalla città “Dove
andrai ora?” fece Mortigar “Ovunque ci sia bisogno di me”
fu la risposta frettolosa, data di malavoglia, da Xena. La luce che brillava
in lei si era spenta.
Olimpia si alzò molto tardi. Doveva essere mattino inoltrato. Dannazione,
no! Si voltò. Xena non c’era. Cavolo! Si voltò. Accanto
a lei c’erano una pergamena ed un sacchetto. No! L’aveva fatto di
nuovo. Come diavolo aveva potuto?!? Lesse la pergamena, lentamente. Sentiva
il dolore nelle parole, il foglio bagnato dalle lacrime. Prendere quella decisione
le doveva essere costato molto. Ma questo non faceva altro che alimentare il
desiderio di raggiungerla. Raccolse in fretta le proprie cose e si diresse verso
nord. Non aveva una precisa idea di dove fosse Mihai. Aveva sentito parlare
il sicario che l’aveva aggredita, e dire si trovasse a nord. Bene. Prese
a camminare per il bosco, alla rinfusa, o per lo meno così sembrava.
In realtà stava seguendo un percorso ben preciso, che solo lei poteva
individuare. Era infuriata con Xena. Era troppo protettiva, peggio di una madre
con la propria figlia piccola. Olimpia era ancora debilitata, più volte
dovette fermarsi e sedere a riposare. Ma non aveva alcuna intenzione di rinunciare.
Doveva raggiungere Xena. Ad ogni costo. Era quasi mezzogiorno quando giunse
ai piedi di un monto sovrastato da un imponente palazzo, una fortezza. Una donna
stava scendendo dal sentiero che portava al castello. “Tu sei Olimpia”
disse venendole vicina “Mi conosci?” “Ho parlato un po’
con Xena” “Ah! Eri tu ieri…” La straniera annuì
sorridendo “È ancora nel castello?” “No; se n’è
andata da un po’ ” “Cavolo!” rispose Olimpia adirata,
battendo i pugni su un albero. Il corso del loro destino stava cambiando. Non
poteva permetterlo! Non voleva! Il suo posto era accanto a lei. “Ha detto
dove si sarebbe diretta?” “No; ha solo detto ‘dove c’è
bisogno di me’ ” “Un po’ vago” “Era molto
arrabbiata…incupita… più crudele del solito. Ha finito Hasab
in un batter d’occhio. Mai visto nulla di simile.” Olimpia si voltò
nuovamente verso la foresta “Dove vai?!?” chiese la donna perplessa
“A cercarla… - rispose Olimpia decisa - ovunque ella sia”
‘Ovunque ella sia’