LA PROMESSA DI XENA

di Warrior Hearth


“Dovremmo cercare di riposare, ogni tanto” sbuffò Olimpia medicando le ferite che Xena si era procurata contro Ahay. Erano accampate in un boschetto germanico, avevano appena terminato di cacciare dei mercenari da un piccolo villaggio a nord. “Penso proprio di…ahi! Vacci piano! Penso proprio di si…” “Potremmo andare, diciamo, in un bel villaggio in riva al mare, e goderci il sole” “Troppo banale…ehi! Ma vuoi rovinarmi per sempre?!” “Non credevo che la mitica ‘Principessa Guerriera’ si arrendesse per così poco! Dai, un altro po’ ed ho ferito!” “Mi fa male il costato, dannazione! E, tanto per cambiare, mi bruciano le ferite” “Un attimo di pazienza! Non posso mica fare miracoli! E smettila di lagnarti!” “Ok, ok, scusa…so che stai facendo del tuo meglio. Riguardo al periodo di riposo…si potrebbe anche andare…che ne so…oltre il mare del nord. Hercules mi ha detto che ci sono popolazioni molto ospitali, i celti” “Potrebbe essere un’idea. Ma Xena, stai parlando sul serio? Sei davvero disposta a prenderti un periodo di riposo? Non è da te…” “Diciamo che le ultime lotte mi hanno convinto” “E cercheremo di fare il meno possibile” “Promesso” “E non ci immischieremo in storie che non ci riguardano se non è proprio necessario” “Giuro” “Riposo assoluto” concluse Olimpia ancora perplessa “Assoluto” confermò la Principessa Guerriera annuendo ‘strano - pensò Olimpia - in tutto questo tempo non ha mai voluto fare nulla del genere; ed adesso…puff! Di botto decide che è meglio se prendiamo una pausa…no, non le credo, sta covando qualcosa di sicuro. Lo sento’ “E allora partiamo!” Detto fatto. Le due raccolsero le proprie cose, le montarono sui cavalli e galopparono veloci. Era mattina inoltrata, sarebbero giunte al porto da cui salpavano le navi per queste terre che non avevano ancora visitato il giorno seguente, forse a sera…se galoppavano veloci…altrimenti il giorno dopo ancora. Ma, del resto, avevano tempo da perdere. Hercules le aveva parlato spesso di queste terre, descrivendogliele minuziosamente. Diceva fossero rigogliose, verdeggianti, l’aria era pura, le foreste si estendevano a perdita d’occhio e c’erano un’infinità di animali. La gente poi era molto ospitale, popoli pacifici e soprattutto colti. Le aveva parlato dei druidi; simili agli dei, ma buoni e saggi. Xena era impaziente di fare la loro conoscenza; magari avrebbe potuto imparare qualcosa di nuovo. E soprattutto si sarebbe riposata. Gli ultimi scontri erano stati molto duri da affrontare…non era mica una macchina da guerra! Aveva anche lei un certo limite, che purtroppo era stato varcato. Questo era decisamente troppo; no, doveva assolutamente riprendere le forze. Una Xena a mezzo servizio non serviva a nessuno. I calcoli che la guerriera si rivelarono quasi esatti. Cavalcando rapidamente, quasi senza soste, giunsero a Yah all’albeggiare. Avevano impiegato quasi due giorni. Però erano giunte a destinazione. Xena chiese informazioni a proposito delle partenze verso le terre del nord, mentre Olimpia era andata a cercare del cibo: nonostante entrambe sapessero cacciare, avevano mangiato ben poco nei giorni precedenti. Xena, poi, era praticamente morta di fame (questo a suo dire…). Si incontrarono di nuovo al molo di attracco. Un uomo bisontico si avvicinò a loro con fare sospetto “Sei tu Xena?” chiese, sfoggiando una voce raschiante, tagliente come un pugnale. “Sì, sono io, perché?” rispose ella con tono indispettito dal fare volgare e strafottente dell’uomo “Bè, può darsi che qualcuno mi abbia pagato per ucciderti” “Chi vi manda?” chiese Xena. Olimpia sapeva che un altro poveraccio avrebbe una brutta fine… "Il nobile Hasab, re delle terre oltre il mare” in un istante Xena estrasse la spada ed Olimpia impugnò i sai. Altri cinque uomini sbucarono da dietro delle casse. I poveretti saltarono addosso alle due, ma furono respinti. “Accovacciati!!” gridò Xena lanciandosi a tutta birra verso Olimpia. La giovane obbedì e si acquattò di botto. Xena si catapultò sui nemici usando la schiena di Olimpia come pedana “Yahooo!” “Ahia, Xena, staccia attenta!!! La mia schiena non è una pedana di lancio!!!” esclamò Olimpia irritata. Era distesa a terra a causa del colpo ricevuto dalla stessa Xena. Ma lei era troppo impegnata a lottare per ascoltarla “Bell’amica!” gridò alzandosi e stendendo un guerriero che le stava correndo incontro per ucciderla “Sono decisamente stufa di questa vita - ironizzò - prendere a pedate nel sedere i cattivi tutti i giorni. Xena, tu non lo trovi noioso?” chiese infine con tono seccato “Per niente!” replicò Xena scherzosa, ‘lanciandole’ addosso un poveretto che aveva appena conciato per le feste. E qui saltava fuori il vero animo di Xena, la guerriera, quella che non si arrendeva mai e soprattutto che non doveva chiedere mai, soprattutto dei giorni di riposo. Eppure sapeva che in quell’occasione ne aveva bisogno, come mai nella sua vita. “Stai almeno attenta a dove butti la roba!” Fu la risposta un po’ irritata di Olimpia. Gli altri si diedero alla fuga come agnellini, primo di tutti il bufalo che aveva attaccato briga e che poco tempo prima sembrava tanto spavaldo… “Eh, è vero - sbuffò Xena piuttosto seccata - i cattivi non sono più quelli di un tempo…” “la nave sta per partire!” esclamò qualcuno “Maledizione, no!” esclamò Xena “Ho già pagato, cavolo!” Le due guerriere presero le proprie cose più in fretta che poterono e corsero a perdifiato verso la galea. Giunsero appena in tempo per non rimanere a terra. “Hasab…bene. Per fortuna dobbiamo andare proprio là” Ecco. Rovinare le tranquille giornate di riposo. Addio, care mattine passate a fare il bagno, pomeriggi trascorsi a pescare, magari cacciare, per avere del cibo da mangiare; serate passate a contare le stelle e chiacchierare del più e del meno…sarebbe stato proprio bello…e invece no. Doveva arrivare questo stramaledetto Hasab a rovinare tutto. Cavolo, cavolo e cavolo! Non ci voleva proprio. La nave veleggiava rapida e tranquilla sull’azzurro mare del nord, calmo e cristallino. “È così rilassante…” disse tranquilla Olimpia sul bordo della barca, guardando oltre di essa “Non hai mal di mare?” chiese Xena mettendole una mano sulla spalla “No…” rispose lei. Era rilassata. Estremamente rilassata. Di solito il mare le faceva un effetto strano, la faceva stare male. Stavolta però era diverso. I flutti la rilassavano, la facevano sentire bene. Era la prima volta in tuta la sua vita. Non aveva nemmeno dovuto usare il tocco di Xena per non svenire dal mal di mare. Era qualcosa di nuovo. “Ti vedo rilassata…” “È strano, sai? Per la prima volta nella mia vita, non mi sento male. Anzi, mi sento estremamente calma” “Buon per te. Meglio mangiare un poco…” le due andarono sotto coperta e parlarono con uno che doveva per forza essere cuoco (anche se non ne erano sicure…) il quale diede loro del cibo (non erano sicure nemmeno di questo!). Andarono nella propria stanza “Non mangiare troppo, eh!” “Certo! Meglio non spezzare questo magico momento…” “Di cosa stai parlando?” chiese Xena perplessa “Oh, del fatto che sto finalmente bene” rispose Olimpia ridacchiando. Il cibo non sembrò per niente cibo. Era disgustoso, a dir poco. Roba da galea. Olimpia mangiò solo un po’, ma si sentì male lo stesso. Dei tremendi attacchi di mal di stomaco la tormentarono tutta la notte. Xena le rimase accanto; non la lasciò sola un solo istante. “Ecco…spezzato il momento magico” sospirò debolmente “Non è colpa tua…quel cibo era pessimo” “Dire pessimo è dire poco!” ribatté Olimpia in un impeto di rabbia. Xena tentò di farla stare meglio, con il tocco sul polso. A qualcosa servì. Almeno non aveva la pelle color verde muffa, o bianco latte. Però continuava a tremare “Ho freddo” la guerriera la avvolse con una coperta. Il letto almeno era morbido, eppure ad Olimpia sembrava di essere distesa su dei chiodi. Aveva la febbre alta, e anche se sentiva la fronte scottare, aveva un freddo boia. Porca miseria, chi diavolo gliel’aveva fatto fare di mangiare quella robaccia?!? Sapeva che il cibo delle galee era quasi un veleno; ma aveva fame. Non poteva rimanere a digiuno fino al giorno successivo. Alla fine si addormentò, stravolta, anche se non avrebbe mai creduto di poterci riuscire. Quando si svegliò stava meglio. Dire meglio sarebbe stato dire troppo. Non aveva più la febbre. Ma sentiva ancora lo stomaco sottosopra “Siamo quasi arrivate” le disse Xena portandole un bicchiere colmo di latte fumante. Doveva esserlo “È buono?” “Certo…bevi” la poetessa mandò giù il latte lentamente, bevendo ogni sorsata con calcolata lentezza. Quando il bicchiere fu vuoto, Olimpia aveva decisamente un altro colore. Era meno pallida… “La nave si è fermata” sentenziò Xena “uuuh, non ce la faccio…” mugugnò Olimpia tendendo le braccia verso la guerriera “Non fare la pigra!” le rispose Xena “Mmmmh!” la supplicò allora la giovane sbattendo le palpebre e sfoggiando quella sua espressione da innocentina deboluccia cui nessuno può resistere “Lo sai che non resisto quando fai così!” disse prendendola sottobraccio, aiutandola ad alzarsi “È per questo che lo faccio, Xena!” la donna raccattò tutte le cose sparse per la camera e uscì, trascinandosi dietro la giovane poetessa che stava in piedi per miracolo. Scesero dalla nave maledicendo il cuoco che aveva dato loro quella schifezza, egli si difese con un indispettito ed alquanto seccato “E che cavolo di colpa ne ho io se mi hanno dato della carne scaden­te ?!?” “Stai zitto, razza di imbecille! Ma dove hai imparato a cucinare?!? La prossima volta controlla meglio il cibo che ti portano! Se mi avveleni di nuovo Olimpia, giuro che ti faccio a pezzi!” Uomo avvisato, mezzo salvato. Al ritorno si avrebbe visto. In quel momento però le due erano intente ad osservare il luogo in cui erano capitate. Era veramente bello come Hercules aveva descritto loro: i boschi erano realmente rigogliosi ed incredibilmente estesi; si perdevano oltre l’orizzonte. Le persone erano diverse, avevano i capelli rossi e la carnagione chiara, gli uomini portavano la barba lunga ed incolta; le donne avevano una maglia a maniche corte ed una gonna lunga, indossavano abiti spesso quadrettati, sempre variopinti. Gli uomini portavano dei gonnellini a mezza gamba, un po’ più lunghi di quelli greci o egizi. Avevano un buffo cappello dalla forma schiacciata in testa. Erano tutti sorridenti, chiacchieravano amabilmente fra loro. “Davvero un bel posticino” attaccò calma Xena “peccato che non siamo qua a divertirci, vero Xena?” “Già” “Oooh, Xena! Me l’avevi promesso! Cavolo, me l’avevi promesso!!!” “Lo so, Olimpia, ma vedi anche tu che non abbiamo scelta” “Sì invece! Insomma, sono loro che ci cercano, no? Possiamo anche fare un periodo di riposo e lasciare che siano i sicari di questo Hasab a trovarci. Si potrebbe fare, vero?” “Forse. O forse no” “E insomma, Xena! Io ho bisogno di riposare, di cure. Non puoi chiedermi di lottare, non ora” “Hai ragione” infine la prode Principessa Guerriera si dovette arrendere di fronte alla disarmante tenacia della giovane bardo guerriera. “Prima andiamo al villaggio qui vicino per cercare delle medicine; e ce ne andremo in un bosco, vicino ad un fiume. Dovrebbero essercene qui vicino, sperando non siano troppo lontani…” “Si può fare” “Magari se prendiamo dei cavalli…” “Ah, no! Non ci pensare nemmeno” “Xena, non vorrai andarci camminando?!?” “I cavalli potrebbero scappare. E poi costano” stavolta fu Olimpia che si dovette arrendere. Sarebbero andate a piedi. Bè, non poteva ottenere tutto. Aveva già spillato abbastanza dalla povera guerriera. Le due andarono nel villaggio in cui erano sbarcate. Trovarono subito una baracca che vendeva medicamenti, e presero ciò che serviva loro, più un del cibo e qualcosa da bere. “Prendi questo. Ti farà stare meglio” disse Xena porgendo un bicchiere con uno strano liquido verdastro dentro “No” rispose Olimpia contrariata “Forza!” incalzò la guerriera mettendole la tazza fra le mani. La poetessa bevve un sorso, poi ritrasse il bicchiere schifata “Che razza di roba è mai questa?!? Non intendo berne un altro sorso!” “È un infuso di erbe. Ti farà sentire meglio” aggiunse spingendo di nuovo il boccale verso la bocca. “Mhhh!” La donna bevve tutto di un fiato, controvoglia, con un’espressione terribile dipinta in volto. “uooh! Mai sentito niente di più cattivo!” “Smettila di lagnarti. Fra un po’ mi ringrazierai di avertelo fatto bere!” Si recarono in una locanda e chiesero informazioni, fu detto loro che un fiume pieno di pesci scorreva non lontano a nord, e separava la foresta più rigogliosa di tutta la nazione, in cui c’erano molti animali. Il posto ideale per loro. Partirono subito. Il sole stava per calare. Avrebbero acceso un bel fuoco rassicurante, avrebbero mangiato il cibo preso al villaggio, il mattino seguente Xena sarebbe andata a caccia ed avrebbe preparato la colazione (Ne era capace, poi?) mentre Olimpia avrebbe cercato di riprendere le forze. E così fecero. Il lago era effettivamente vicino, vi giunsero prima che il sole calasse. Olimpia si sedette su un tronco caduto, Xena la avvolse con una coperta di pelle “Vado a prendere della legna” “Ti devo aiutare?” “No, non è necessario. Riposa” era seduta lì, come una bambina lasciata sola nel bosco; non aveva paura, ma sentiva di avere la stessa utilità. Eppure lei era una guerriera, una regina amazzone! Non quel giorno. E nemmeno per il successivo, forse. Era ancora debole. Se il viaggio in barca era cominciato nel migliore dei modi; la fine non era stata altrettanto felice, Era stata intossicata. Quell’idiota di cuoco non sapeva cuocere nulla; non sapeva nemmeno cosa aveva cercato di rendere commestibile (senza riuscirci, ovviamente). Carne andata a male. Gran bella roba…carne marcia cotta! Quell’imbecille le aveva rifilato una schifezza indecente. Per fortuna Xena non aveva mangiato (strano ma vero! Non aveva fame…). Quella era stata la loro salvezza. Se la guerriera avesse mangiato…non ci voleva nemmeno pensare. Cominciava a sentirsi stanca…stava cadendo all’indietro…Paf! Non riuscì ad evitarlo. Si addormentò come un pulcino stanco.
Quando Xena tornò con la legna, trovò Olimpia sdraiata a terra, in maniera scomposta. Pensò subito al peggio. Lasciò cadere le legna (per poco non si pestò i piedi…) e corse in sua direzione. Che idiozia! Non l’avrebbe dovuta lasciare sola in quegli stati, con dei tagliagola alle calcagna. Come diavolo aveva potuto?!? Eppure non era stata via troppo a lungo. Si inginocchiò, con il cuore in gola, per accertarsi sulle sue condizioni; più che altro a cercare indizi su chi avrebbe dovuto massacrare…non era ferita. Come? Respirava regolarmente. Si accovacciò a terra, tirò un interminabile sospiro di sollievo. ‘mi sono preoccupata per niente. Dorme come un angelo. È così tranquilla, così…’ scosse il capo. Più che altro fu la fame a scuotere lei. Doveva ancora accendere il fuoco. Prima però prese Olimpia e la sistemò meglio, dall’altra parte del tronco, più vicina a dove aveva già ipotizzato di preparare il fuoco. La coprì bene con la coperta. Poi predispose la base per il focolare e raccattò la legna che aveva fatto cadere prima. Li sistemò accuratamente entro il cerchio di pietre che aveva meticolosamente sistemato a terra. Dalla bisaccia trasse due pietre focaie, le sfregò vicino alle foglie secche posate sopra i legni; ed ecco…il miracolo si compì. Il fuoco si accese. Dapprima con una debole fiammella tremolante, poi con una sempre più vigorosa. Alla fine tutto il legno cominciò ad ardere. Xena depose le pietre di nuovo nella bisaccia; infilzò su uno stecco la carne che aveva tagliato dal cervo comprato al villaggio. Ne lasciò una parte, nel caso Olimpia si fosse svegliata ed avesse voluto mangiare (eventualità assai rara, ma era meglio essere previdenti…) Dalla bisaccia trasse un otre colmo di sidro preso nella taverna ed uno pieno di acqua riempito al fiume. Aspettò che la carne fosse pronto. Infine consumò il magro pasto (piuttosto in fretta). Mise dell’altra legna sul fuoco ed andò a coricarsi. Era a pezzi. Si distese accanto ad Olimpia e si avvolse nella propria coperta. Si addormentò quasi subito, stravolta. La mattina seguente fu sorprendentemente Olimpia la prima ad alzarsi, spinta dai morsi della fame. Stava meglio. La medicina presa al villaggio aveva evidentemente fatto effetto. Xena aveva ragione. Si stupì di essere distesa in un posto diverso da quel che ricordava. Pensava di essere caduta addormentata dietro al tronco. Era disorientata. Doveva per forza essere stata Xena. Pazienza. Non ci avrebbe di certo fatto su un dramma. Provò ad alzarsi. Tutto a posto. Le forze le erano tornate. Si sentiva forte come un leone. Altro che pulcini pigolanti! Quel giorno lo avrebbe vissuto da protagonista! Un acuto brontolio dello stomaco la riportò con i piedi a terra, ricordandole che fare le dure riusciva meglio con la pancia piena. Trovò della carne di cerva deposta accuratamente vicino al fuoco. Cruda. Ed il focolare era spento. Perfetto! Discostò la cenere con un ramo e mise degli altri legni nel fuoco. Frugò nella bisaccia di Xena finché riuscì a trovare le pietre focaie. Le sfregò. Riuscì ad accendere il fuoco al primo colpo. Grande! Infilzò i pezzi di carne in un ramo sottile e li mise a cuocere. Per fortuna non ci volle molto perché fossero pronti. Trovò anche due otri. Annusò il contenuto del primo. Sidro. Meglio di no…il secondo conteneva acqua. Bevve una sorsata. Buona. Soffiò sulla carne per farla raffreddare un poco e poi iniziò a mangiare. Lentamente, cercando di gustare ogni singolo boccone. Dei rumori dietro le siepi la insospettirono. Rumori strani e metallici. Decisamente umani. Dei mercenari “Ehi, Xena, guai in vista” Impugnò le armi ed iniziò a scuotere la guerriera che dormiva ancora. Per lo meno dava l’impressione di farlo. In realtà aveva già la spada in mano “Uno dalla tua parte e due dalla mia” sussurrò voltandosi “Solo tre?” chiese Olimpia stupita “Così pare” I malcapitati infine balzarono aldilà dei cespugli ed attaccarono le due (ci provarono - poveretti…) le quali erano già in piedi, pronte a respingere gli aggressori. Olimpia parò un paio di fendenti, poi passò all’attacco e ridusse il guerriero allo stato di agnellino. Egli corse via velocemente, belando frasi di intimidazione. Xena aveva nel frattempo a che fare con gli altri due. Malgrado fosse stanca, e le ferite le facessero ancora un po’ male, riuscì facilmente a metterli in fuga. Erano delle mezze calzette. Nemmeno degni di nota. “Uuuh, sicari mattutini! Tanto per cominciare bene la giornata!” esclamò Olimpia deponendo i sai “Non si può più stare tranquille a questo mondo!” rispose Xena seccata, riponendo la spada “Hai acceso il fuoco…” “Avevo fame, così mi sono cucinata un po’ di carne” “Ne è rimasta?” “sì, ce n’è ancora qualche parte” mugolò Olimpia indicando col dito la carne rimasta. Era evidente che aveva ancora fame “Bè, mangiala tu. Io vado a pescare qualcosa al fiume; magari vedo se riesco a trovare qualche frutto…” “Grazie” pigolò Olimpia facendo di nuovo quello sguardo da cerbiatta che sarebbe stato capace di incantare chiunque. Si sedette di nuovo accanto al fuoco, mise dell’altra carne sullo stecco e la fece cuocere, lentamente. All’improvviso sentì una mano venire da dietro e coprirle la bocca, un’altra cingerle la vita. Era immobilizzata. Dannazione! La stavano catturando e non riusciva a divincolarsi. Si mosse e si dimenò, cercò di afferrare l’aggressore per il capo, ma non vi riuscì. Questi sembrava intenzionato ad ucciderla. Cavolo, cavolo, cavolo! Tentò di prendere le proprie armi. Niente da fare. La mano che le stringeva la cintola allentò la presa ed andò a bloccarla. Tolse le armi dai calzari e le gettò lontano. Tirò una forte gomitata. Sembrò funzionare. Entrambe le mani mollarono la presa. Olimpia si alzò, raccolse le armi e si voltò. Davanti a lei c’era un individuo alto, muscoloso, che stava estraendo la spada. Era vestito di nero, indossava un mantello che gli copriva il volto, ricadendo morbido sulle spalle. Gliel’avrebbe fatta pagare cara per aver tentato di ucciderla. L’uomo scattò in avanti con l’arma spianata, ma la giovane donna schivò facilmente l’attacco. Ella lo colpì con i sai alla schiena, non con la punta, ma di lato. Egli però sembrò non accusare minimamente il colpo. Anzi, si voltò e partì di nuovo all’attacco, quasi niente fosse. Olimpia schivò di nuovo. “Xena!!!” gridò. Se lei non riusciva ad ucciderlo; la Principessa Guerriera non avrebbe avuto problemi. Il misterioso guerriero ripartì in avanti e colpì la donna al braccio, approfittando di un istante di distrazione. “Maledetto!” gridò lei stringendosi il braccio sinistro con la mano opposta. Si buttò in avanti, stavolta con l’arma dalla parte della punta, per uccidere. Il sai si conficcò nel braccio destro dell’uomo. Nemmeno un grugnito. Niente. Quasi la parte lesa non fosse sua. Olimpia estrasse l’arma confusa. Cosa poteva fare?!? Non era riuscita a scalfirlo in alcun modo. Indietreggiò impaurita. Il misterioso assalitore invece si faceva sempre più vicino e minaccioso. Era il caos totale nella mente della donna. Il braccio gli sanguinava, me egli sembrava non provare dolore. L’arto di Olimpia invece le doleva in maniera pazzesca. Pari gravità. Diverse reazioni. Come cavolo faceva?!? Ora la giovane era al limite fra follia e terrore. Ricadde a terra, mollando le armi al suolo. Il guerriero mosse velocemente la spada e ferì Olimpia al fianco destro “Aaah!” La giovane si contorse per il dolore. La ferita era sufficientemente profonda da metterla fuori combattimento. Simile a quella subita contro i cannibali. Restò distesa a terra, tramortita. Era allo stremo delle forze. La ferita le doleva in modo insopportabile. Stava per perdere i sensi. Non doveva! Sarebbe morta di sicuro. Non poteva! Cercò di rimettersi in piedi. Del tutto inutile. L’unica cosa che riuscì ad ottenere fu di mettersi a faticosamente a sedere. Riprese le proprie armi in mano. Il misterioso uomo era su di lei, con l’arma protesa in avanti. La giovane poetessa chiuse gli occhi e buttò la mano destra in avanti. L’arma andò a colpire violentemente la coscia dell’uomo. Niente. Silenzio. Quando infine riaprì gli occhi, vide l’arma piantata nella gamba ed un rivolo di sangue che scorreva macchiando i pantaloni. L’uomo fece un sorriso arcigno (per lo meno così sembrò ad Olimpia) e levò lentamente l’arma conficcata, quasi a sottolineare che l’operazione non gli procurava alcun dolore. Infine gettò il sai lontano e riprese la lenta marcia verso il patibolo, come un boia. “Xenaaaa!!” gridò la bardo guerriera disperatamente. Sapeva che era la fine. Improvvisamente qualcuno sbucò da dietro i cespugli come una furia. Era Xena. Aveva la spada protesa in avanti e stava correndo come una pazza. Colpì l’uomo alla schiena violentemente. Egli finalmente cadde indietro. Forse iniziava ad accusare tutti gli attacchi subiti in precedenza. Era ora! “Olimpia! Che tu è successo?” “Quello mi ha…attaccato…non…riuscivo…a fargli del male…era come se non sentisse il dolore…spaventoso” “Ma che dici?!? Se non stava più in piedi! Olimpia, è evidente che tu ti sia sbagliata! Non ho quasi dovuto colpirlo…è più malridotto di te” Olimpia lo guardò smarrita. Xena aveva ragione. Come al solito, del resto: quel poveraccio era ridotto piuttosto male. Che diavolo le stava accadendo?!? Era sicura di quel che aveva visto…o no? Forse era lei quella che non stava bene. La Principessa Guerriera stava curando il poveretto, usando in parte il mantello da cui, tagliandolo a strisce, aveva ottenuto delle bende. La ferita sulla gamba era molto grave, a differenza di quella sul braccio che non era poi così male come credeva. Olimpia si distese a terra, rimase ferma a guardare il cielo. Più che altro cercava di mettere in ordine le idee. Era molto confusa. Non sapeva più a cosa credere. Eppure sapeva di aver ragione. In quell’occasione, almeno. Che stramaledetto casino! Si sentiva scombussolata. La ferita poi le pulsava in modo assurdo. Si era distesa. Non credeva di essere più in grado di rialzarsi. E Xena che faceva? Stava curando quel ladrone che l’aveva assalita. Dannazione! Si sentiva maledettamente male, e lei non era lì ad aiutarla. La rabbia stava prendendo possesso del suo spirito. Sentiva l’ira ribollirle dentro come un pentolone pronto a traboccare. Un viso si stagliò davanti a lei. Sentì una mano calda posarsi sul suo viso. Era Xena. Ah! Finalmente si era degnata di venire da lei! Sentì un dolore lancinante al fianco, dove c’era la ferita. La guerriera le stava tastando il taglio, per verificare l’effettiva gravità del danno. Olimpia si contorse per il dolore. “È più grave di quel che pensavo!” sentenziò ponendo delle foglie curative. La poetessa non riuscì a trattenere un acuto grugnito di dolore. “Mi dispiace” disse Xena turbata. Era preoccupata per Olimpia, glielo si poteva leggere in volto. Ma Olimpia, no, lei non lo poteva vedere. Era svenuta. Il dolore era insopportabile. La giovane era tutta sudata, ansimava e si agitava. “Ma che cavolo mi è venuto in mente di curare quel tagliagole prima di lei?!? La situazione è peggiore di quel che credessi…” un lampo le attraversò la mente. Corse in direzione del disgraziato. Prese la sua spada e l’annusò “Veleno” sussurrò stizzita. Gettò l’arma lontano “Povera la mia Olimpia; sfido io che eri così confusa. Tornò di nuovo dalla giovane, che si sentiva peggio. Aveva una brutta cera. Era pallida. Si dimenava come una indemoniata. “Che cavolo!” Doveva trovare subito l’antidoto. Le venne in mente un'altra vicenda accaduta molto tempo addietro; in cui Olimpia era stata avvelenata da una maledetta freccia. Non voleva rivivere tutto di nuovo. Le era bastato quel poco nel mondo dei ricordi. Le strinse forte le mani che protendeva verso di lei. Era cosciente; almeno in parte. “Xena…” sospirò piangendo. Stava male. Come l’ultima volta. Le immagini di quella avventura le passarono nella mente, provocando un dolore forse maggiore di quello fisico. Le venne in mente tutto il dolore la preoccupazione di Xena, tutti gli sforzi che fece per tentare di salvarla malgrado un’armata si stesse dirigendo verso di loro. E si sentì incredibilmente in colpa per quello che aveva pensato. Xena era giusta e leale. Se aveva ritenuto giusto fare in quel modo; poteva scommetterci, aveva ragione…come sempre “Perdonami” riuscì a dire “Cosa?!?” chiese Xena perplessa. Non sapeva a cosa si stesse riferendo. Forse chiedeva scusa per aver conciato i mercenario a quel modo…in tal caso non ce n’era alcun bisogno…evidentemente si era meritato tutte quelle botte. “Ti senti in colpa per quel farabutto? Non devi…” “No…mi sento in colpa…per te” disse faticosamente. Le mancava quasi il respiro. “Non capisco…insomma…non mi hai fatto proprio niente” Olimpia scosse il capo chiudendo gli occhi; mosse la mano destra verso l’altro fino ad incontrare il volto di Xena. La fiamma della sua vita si stava lentamente spegnando. Eppure sentiva il cuore batterle forte come non mai. Sentiva il volto della guerriera caldo come una fornace. Anche il suo lo era. “Aspetta…torno fra poco” le baciò teneramente la guancia, poi le sussurrò ad un orecchio “Per favore, tieni duro ancora un poco. Torno presto con l’antidoto” Si alzò e le lasciò la mano…no… Avrebbe voluto stringergliela ancora un poco…le dava forza sentirla vicina. Si fermò a riflettere. Antidoto per cosa? Moh…forse era impazzita del tutto… Xena si mosse rapida ed andò di nuovo verso il tagliagole. Doveva per forza avere con sé l’antidoto. Frugò fra le sue cose. Trovò due boccette. Una con un liquido rossastro, un altro gialliccio. Quale era il veleno, e quale invece l’antidoto? Non ne aveva idea. Provò ad annusare. Maledizione; nessuno dei due aveva odore. Era un nuovo tipo di veleno. Cavolo! Non si sapeva decidere. Se avesse dato da bere ad Olimpia la boccetta sbagliata, sarebbe morta nel giro di pochi istanti. Se invece la giovane avesse bevuto l’antidoto, sarebbe guarita nel giro di poco tempo. Non avrebbe potuto rischiare la vita della preziosa amica inutilmente. Non poteva permetterselo. Assolutamente no. Tornò dalla giovane “Ok; una notizia buona e una brutta. Notizia buona: ho l’antidoto per il veleno contenuto nella spada che ti ha ferito. Notizia cattiva, non so quale dei due sia” annunciò la donna mostrando le boccette. “Oh, grande!” rispose la ragazza. Ora aveva anche freddo. Tremava come una foglia al vento. La Principessa Guerriera se ne accorse. Prese la coltre che avevano portato e la avvolse “Meglio?” “Grazie” rispose lei rinfrancata. Xena buttò altra legna sul fuoco, mise Olimpia a sedere e la avvicinò al focolare. C’era la guerriera a tenerla su, con una mano attorno alla vita ed una a stringere la mano ormai gelida della poetessa. “Dobbiamo decidere. Quale delle due?” “Gialla” sospirò Olimpia. Ormai era giunta la fine per lei. Malgrado Xena pensasse che la giusta fosse la rossa, assecondò la giovane compagna. Tolse il tappo alla boccetta “Bevine soltanto un poco” avvicinò l’estremità alle labbra di Olimpia, che bevve una sorsata. Non restava che attendere. Nulla sembrò cambiare, inizialmente. Ma poi la poetessa iniziò a tremare con maggior vigore. Fu scossa da tremende convulsioni. Ovviamente avevano scelto quella sbagliata. Xena aprì in tutta fretta la boccetta contenente il liquido rossastro; l’antidoto. Cercò di farle bere il contenuto, ma Olimpia era troppo agitata, non riusciva proprio ad avvicinargli il contenitore alla bocca. “Bevi, Olimpia, bevi!” esclamò terrorizzata. Distese la donna a terra. Le tenne ferme le braccia per qualche istante con le mani. Niente da fare. Doveva agire in fretta. Non poteva lasciarla morire! Ma come poteva fare, se Olimpia continuava a dimenarsi a quel modo? Non riusciva a trovare una situazione, era troppo agitata. Non riusciva proprio a pensare. Cavolo! Decise di optare per un intervento drastico e diretto. Le tenne fermo il collo con una mano mentre con l’altra le fece bere il contenuto della boccetta. Era un metodo brusco, forse persino brutale, e se ne dispiacque; ma in quel momento non le venne in mente niente altro. Qualche altro istante e la giovane si calmò. Olimpia si era addormentata. Meno male. Il suo volto non era più contratto, ma sereno. Era salva. Grazie agli dei. Xena si distese un attimo. Doveva smaltire un bel po’ di emozioni che si erano accavallate in un lasso di tempo troppo breve per lei. Poi però si ricordò di una cosa. Doveva trovare un modo efficace per far stare buono il loro amico: era sveglio e stava già cercando di svignarsela…no, stava ripartendo all’attacco. “Uff! Mai una volta che si possa stare in pace!” Forse poteva ‘convincerlo’ a raccontarle tutto quanto; come per esempio chi l’aveva mandato, perché, magari anche dove si trovava questo fantomatico Hasab. Stava già agitando le dita, con un sorriso crudele stampato in volto. Il poveraccio stava strisciando, in ginocchio, guardò la guerriera terrorizzato. Tap! Fu un attimo. Con il pinch lo immobilizzò. “Ho bloccato l’afflusso del sangue al tuo cervello. Morirai in trenta secondi, a meno che tu non mi dica…primo! Chi ti manda. Secondo! Perché ce l’hanno con noi? Terzo! Dove posso trovare un certo Hasab?” “Ok, parlo, ma togli il tuo incantesimo!” sussurrò egli. La donna tolse il pinch, ed il malcapitato cadde a terra. “Allora? Sto aspettando” “Mi…manda Hasab. Ti vuole morta perché sa che cercherai di salvare i druidi. Lo puoi trovare a Mihai.” “E dove si trova questa Mihai?” “Più a nord, oltre il bosco” A questo punto l’uomo si dileguò oltre gli alberi a nord. Di certo a riferire ogni cosa a quel maledetto di Hasab. Tornò di nuovo da Olimpia. I sogni della donna ora erano agitati; il suo volto era corrugato, sudato sulla fronte. Chissà che dura lotta stava combattendo il suo organismo contro l’effetto del veleno… era mattina inoltrata. Mancava poco a mezzogiorno e Xena aveva fame. Come prima cosa però andò a pendere dell’acqua al fiume, poi uno straccio che aveva nella bisaccia, la intrise di acqua e la pose sulla fronte della poetessa, che scottava come una fornace. Infine prese spada e chakram per andare a caccia, senza allontanarsi troppo. Doveva fare attenzione. E soprattutto non doveva impiegare molto tempo. Olimpia era indifesa, qualcun altro avrebbe potuto attaccarla. Per prudenza la nascose un poco all’ombra degli alberi, sempre avvolta nella coperta. La bardo guerriera si era svegliata e sembrava stare meglio; giusto un po’. Aveva la febbre alta, ma era normale; quel veleno era maledettamente potente. “Io devo andare a caccia; non abbiamo più cibo. Non ti preoccupare, resto qui vicino. Spero di fare abbastanza in fretta. Se ci sono problemi, chiama. Io ti sentirò” Olimpia si limitò ad annuire. Era molto stanca e le rimanevano ben poche energie. Xena le sistemò la coperta e partì. Cercò di fare più in fretta che poté. Andò verso est, dietro gli alberi secolari che dominavano la foresta. Vide un cerbiatto. Lo seguì silenziosa. Lanciò il chakram. Il povero animale fu immediatamente colpito. Nulla sfuggiva al chakram di Xena. Il cerbiatto grugnì prima di stramazzare a terra. Bene. Lo prese e se lo buttò sulle spalle. Tornò all’accampamento. Olimpia era ancora dove l’aveva lasciata. Per fortuna. Sperando non le fosse accaduto niente… “Tutto bene?” Olimpia annuì timidamente. Era molto debole; non aveva una buona cera: il volto pallido, le mani tremanti, gli occhi lucidi. Tipico. Dopotutto era quasi morta avvelenata… “Ho preso un cerbiatto. Ne avremo abbastanza almeno per oggi” Le si sedette accanto ed iniziò a preparare la carne di cerbiatto per la cena. L’operazione le richiese molto più tempo di quel che credette. Alla fine però riuscì a ricavare abbastanza carne per pranzare e cenare. Olimpia non avrebbe mangiato molto… il fuoco stava quasi per spegnersi. Si guardò attorno. Cavolo, era finita la legna. Si allontanò nuovamente per prenderne dell’altra. Mentre era in mezzo alla boscaglia, sentì un rumore sospetto. Un altro mercenario. Xena si voltò di scatto protendendo in avanti il pugno. Era una donna, coi capelli rossi corti, gli occhi verdi pieni di vita ed un abito da guerriera. Ella parò l’attacco di Xena. “Brava…sei agile e forte. Oltre che accorta. Ti sei resa conto della mia presenza ancora prima che sbucassi dai rami” “Abitudine” rispose Xena ritraendo il braccio “Perdonami” aggiunse poi “Tu devi essere Xena. Hercules mi ha parlato di te” “E tu?” “(Mortigar?). Piacere di conoscerti.” “Ah, piacere mio. Scusa ma ho del lavoro da fare. Devo prendere della legna. E non posso assentarmi troppo dal mio campo” “Se vuoi ti do una mano” “Volentieri” Con l’aiuto della nuova venuta, tutto fu più facile e rapido “Vieni con me; ti offro qualcosa da mangiare” “Grazie! Accetto il tuo invito” Tornarono all’accampamento. Xena guardò in direzione di Olimpia. Dormiva beata “Una tua amica?” “Sì. È stata avvelenata da un sicario di Hasab” “Hasab, hai detto? Lo conosco. A dire il vero, lo sto combattendo” “Vuoi dire che…” “Io sono l’ultimo druido rimasto. Rappresento la giustizia. E tu sei una donna giusta, Xena” “Non è stato sempre così” rispose Xena incupita “Lo so. Io posso vedere nel tuo animo e nel tuo passato. Un tempo eri spietata e crudele, proprio come ero io. Ora però sei cambiata, grazie a lei - commentò guardando Olimpia - conduci una vita molto difficile, in molti avrebbero rinunciato già da tempo; mentre tu continui senza lasciarti scoraggiare dalle innumerevoli asperità che ti capitano durante questo sentiero” “Non posso permettertelo. Non posso lasciare che le forze del male sconvolgano questa terra, il bene deve vincere. Non può. Noi siamo le uniche due” “Forse. O forse no” rispose la donna sorridendo “C’è anche Hercules. E ci sono io. E ce ne sono molti altri. In tutte le terre” “Certo. Se stai cercando di convincermi a smettere, non ci riuscirai - disse calma, risoluta - questa è la sola vita che so condurre, non saprei fare nulla altro” “Capisco. E per la tua amica è lo stesso?” “Purtroppo no - rispose Xena rabbuiata - Olimpia potrebbe fare molte altre cose, meno pericolose. Ho tentato di farle cambiare strada, ma non c’è stato nulla da fare. Lei vuole seguire il mio destino, ed anche a me sta bene tutto sommato” “Eppure non ti vedo convinta” “Infatti! Guardala, è finita nei guai per colpa mia. È successo molte altre volte in passato, e so che di sicuro succederà ancora. Non voglio. Certo, è diventata molto abile nell’arte della lotta, ma so che non è quello ciò che vuole. Lei è una poetessa. Starebbe meglio in una scuola della Grecia, magari a mettere le sue opere in scena. Avrebbe successo” “Comprendo il tuo dispiacere; a volte risulta difficile dover avere a che fare con responsabilità simili, decidere il destino di una persona…è molto pesante” “È solo che…non vorrei obbligarla a seguirmi lungo questa vita da guerriera.”
Olimpia si era svegliata. Aveva sentito dei passi. La voce di Xena. Ed una che non aveva mai sentito. Aveva involontariamente ascoltato i loro discorsi. La Principessa Guerriera era triste. Parlavano proprio di lei. Xena stava dicendo alla nuova venuta che le dispiaceva per l’accaduto, poi parlava del passato, dell’accademia di poesia in Grecia. Riusciva a sentire la vena di malinconia nel tono. ‘Non devi…’ pensò. A dire la verità avrebbe voluto dirlo, ad alta voce, per farsi sentire, ma niente da fare. Aveva la gola secca, le bruciava. Non riusciva a muoversi. Perfetto! Era del tutto indifesa. Una lacrima le rigò il volto “Xena…” sussurrò debolmente. La guerriera udì il suo richiamo e si precipitò da Olimpia, dimenticandosi completamente di Mortigar. Le si inginocchiò accanto. Le prese una mano. Tremava. “Dimmi” “Non…devi” “Ci stavi ascoltando?” Xena le passò la mano sulla fronte. Scottava terribilmente. Prese lo straccio che era in ammollo in un piccolo recipiente e glielo pose sulla fronte “Meglio?” “Sì, grazie” “Allora hai ascoltato la nostra discussione?” “Non dovevo?” chiese lei imbronciata “No, non è questo” rispose Xena sorridendole, accarezzandole il viso “Insomma, prima o poi te l’avrei detto…credo…è ora che tu cominci a decidere da sola del tuo destino. Non ti obbligo più a seguirmi. Le ultime esperienze mi hanno fatto riflettere molto” “Per questo hai deciso di fare una pausa?” “Anche” “Meglio che vada. A quanto vedo avete abbastanza problemi da risolvere” disse la nuova venuta. “Ci vedremo ancora” se ne andò silenziosamente, le due quasi non se ne accorsero. “È vero che volevo prendermi una pausa…ne avevo bisogno… ma avevo anche un urgente bisogno di parlarti…non posso chiederti di rischiare la tua vita ancora. Gli ultimi scontri sono stati molto duri” “Come tutti gli altri, del resto” “No, stavolta è diverso. Per la prima volta, ho avuto paura di non farcela. Gli avversari iniziano a diventare molto forti, più di quelli che abbiamo affrontato in passato. Io magari pensavo…che avrei potuto farti tornare in Grecia, e magari andare in un’accademia di poesia. Hai talento. Potresti fare molta strada” “E tu ne saresti felice?” chiese, ben sapendo quale sarebbe stata la risposta. Xena voltò il capo, per non mostrare l’espressione di amarezza che dominava il suo volto “Penso che nemmeno a me farebbe poi tanto piacere…ormai sono abituata a questa vita, sono abituata a viverla con te…e mi sta bene” “Ma… - fece Xena voltando di nuovo la testa, mostrando un volto stupito - io non voglio vederti soffrire a questo modo…lo sai che ti voglio tutto il bene del mondo, e quando stai male, io sto anche peggio” “Ma non devi…” “Non posso farne a meno…” disse stringendole forte la mano “È più forte di noi - spiegò Olimpia - il legame che ci unisce ci ha travolte come un uragano di cui è impossibile fermare la corsa. Tutte le persone che abbiamo incontrato ci hanno detto di tenercelo stretto. La tua soluzione non mi pare proprio l’ideale. Dobbiamo andare avanti, fino alla fine del mondo, assieme” “Assieme” ripeté Xena. Un rivolo di lacrime le rigava il volto. Olimpia riuscì ad alzare un braccio, le asciugò il pianto dagli occhi. La Principessa Guerriera si distese accanto alla poetessa, e si strinse a lei in un caldo abbraccio. In quell’occasione era la giovane a consolare la rude guerriera, infondendole forza. Ben presto fu pomeriggio inoltrato. Non se n’erano nemmeno accorte; il tempo era volato, fra discorsi e discussioni “Io ho un po’ di fame” disse Xena mettendosi a sedere. Il fuoco era praticamente spento. Solo i tizzoni rimanevano. Accese di nuovo il fuoco “Ne vuoi un po’?” chiese infine “Magari…” Olimpia iniziò a muoversi. Riuscì a sedere. Xena mise delle legna sopra il fuoco e, dopo qualche minuto di attesa, le porse uno stecco con della carne “Grazie” la guerriera le si sedette accanto ed addentò un primo pezzo. Anche Olimpia si accinse a mangiare. Aveva appetito. Ma solo poco. Per fortuna la carne era poca “Allora, che hai intenzione di fare?” incalzò Xena un po’ preoccupata “Secondo te?” “Sinceramente non ne ho idea. Io spero che…” “Resto, ovviamente!” esclamò Olimpia appoggiandosi alla spalla della guerriera. Un raggiante sorriso le spuntò in volto. Sapeva di aver fatto la cosa giusta. Non avrebbe saputo vivere senza Xena. Non a quel punto della propria vita. Ed era felice, perché sapeva che per la Principessa Guerriera era lo stesso. Si strinse al suo braccio. Era così calda, tranquilla, le riempiva il cuore di gioia. Per il solo fatto di starle accanto. Era un momento magico, ma sapeva che non sarebbe durato a lungo. Purtroppo avevano qualcosa da fare. Un nuovo nemico da combattere. Il periodo di riposo era terminato ancor prima di iniziare. Ne avevano bisogno, che diavolo! In quel momento più che mai. Erano stravolte, le ultime battaglie erano state veramente faticose; troppo. Olimpia poi era completamente esausta. Non le era rimasto un briciolo di energia. Bè, che cavolo, era quasi morta avvelenata! Aveva tutto il diritto di essere stanca. “Domani parto. Vado in direzione di Mihai” “C’è Hasab?” Xena annuì incupita “Pensi di poter restare da sola un po’ di tempo?” “No” rispose Olimpia arrabbiata “Non se tu sei là a com-battere.” “Ma tu non puoi venire…” replicò Xena preoccupata “Posso eccome” Olimpia si alzò lentamente, ma con sicurezza. Prese le armi che erano appoggiate a lato e le mise al proprio posto. Anche la guerriera si era alzata. La guardava negli occhi preoccupata “No, no, non posso lasciartelo fare. Non stavolta” “Perché no?!? - gridò Olimpia esasperata - altre volte è successo. Ci siamo già trovate in situazioni simili; perfino peggiori” “E l’abbiamo scampata per un pelo. Anche di meno, spesso.” “E mi hai sempre assecondato. Perché stavolta dovrebbe andare diversamente?” “Non lo so” rispose Xena turbata. Non sapeva che dire. Il ragionamento di Olimpia non faceva una grinza. Eppure non voleva esporla. Non in quel momento, così debole. Poche ore prima era distesa a terra e boccheggiava come un pesce fuor d’acqua. Ed ora le chiedeva di venire con lei a combattere. Assolutamente no. “Olimpia mi dispiace molto, ma non discutere. Stavolta non verrai. Penso che questo tipo non sia troppo forte. Posso batterlo benissimo da sola. E poi ho il potere di uccidere gli dei, no? Tu non l’hai, e sei molto più indifesa di quanto non lo sia io” “Potrai anche avere il potere di uccidere tutti gli dei su questa terra, ma chi mi dice che non ti ammazzi prima lui? Xena, non sono più una bambina, posso decidere benissimo da sola cosa fare” “Ma non capisci?!?” sbottò Xena allargando le braccia “Sto solo cercando di non farti rischiare la vita per niente!” “Niente?!? E tu pensi che uccidere Hasab sia niente?” “No! Sto solo dicendo che posso benissimo farcela da sola!” Olimpia indietreggiò confusa, e portò le mani in avanti “Che diavolo stiamo facendo?!? Stiamo litigando per cosa?!? Per decidere se io devo venire o no? È una follia…” “Hai ragione…” disse Xena andandole incontro, stringendola a sé “Allora è deciso: vengo!” esclamò Olimpia sorridendo “Non ci pensare neanche” la avvertì Xena discostandosi da lei e puntando l’indice con fare severo. “Guarda, tramonta il sole” disse Olimpia sviandosi da una situazione divenuta troppo pesante. Era il tramonto. L’astro luminoso andava scomparendo oltre la foresta, sprizzando gli ultimi raggi di luce rossastra sui cuori inquieti delle due guerriere.
Presto venne la notte e le due si coricarono. Xena mise dell’altra legna sul fuoco, poi si avvolse per bene nella coltre, si mise a riflettere. Doveva trovare una soluzione. Teneva troppo ad Olimpia per lasciarla venire. L’indomani si sarebbe svegliata presto, all’albeggiare, avrebbe lasciato un messaggio ad Olimpia, e le loro strade si sarebbero separate. Per sempre. Le doleva il cuore al solo pensiero, ma non vedeva altre soluzioni. Si voltò e si addormentò. Il giorno seguente sarebbe stato molto faticoso. Si alzò poco prima dell’alba, come aveva progettato. Si alzò silenziosamente da terra ed indossò l’armatura. Prese una pergamena ed una piuma d’oca, anche dell’inchiostro. ‘Sono partita alla volta di Mihai. Ti prego di perdonarmi, Olimpia, ma stavolta devo farcela da sola. Non provare a seguirmi. Ho lasciato dei denari; prendi la galea e torna in Grecia. Diventa una poetessa famosa, quello è il tuo destino. Xena’ stavolta la lettera non era firmata con un bacio, ma bagnata di amare lacrime. Era la fine di una stupenda avventura vissuta con l’amica migliore del mondo. Appoggiò la pergamena accanto alla giovane, che ancora dormiva, vi mise accanto un sacchetto con dentro dei denari. Prese la spada ed il chakram. Si alzò e si diresse a nord, pronta ad affrontare il destino, e la sua nuova vita. Il sole sorgeva illuminando il suo volto incupito. Si fermò e si voltò di nuovo verso l’accampamento “Addio, Olimpia” proseguì senza ulteriori indugi. “Così hai deciso di separarti da lei” disse Mortigar apparendo davanti a Xena “Era la cosa migliore” rispose lei spostando la donna di lato continuando il proprio cammino “Ne sei sicura? Pensi che sarà felice, quando troverà quella pergamena? Pensi che riuscirai ad essere felice d’ora in poi?” “Questa non è la sua vita. Lei è buona, ha un animo generoso, non posso continuare a decidere per lei. L’ho costretta troppe volte a non ascoltare il proprio cuore” “Parli di non decidere più per lei. Eppure che cosa stai facendo ora? Le hai forse lasciato la libertà di fare quel che voleva?” “Non ti ci mettere anche tu, per favore. Ho abbastanza rimorsi per conto mio” “Stai andando a Mihai?” “Sicuro!” “Fai molta attenzione. Hasab è molto forte. Persino io sono in difficoltà contro di lui” “Posso uccidere gli dei. Riuscirò anche ad ammazzare uno sporco warlord!” “Come?!? Puoi uccidere le divinità?!” chiese la donna perplessa “Ho questo potere. Chi pensi abbia sterminato gli dei greci?” “Avevo sentito storie in proposito, ma pensavo fossero sol invenzioni” “Non lo erano” rispose Xena “Vengo con te. Ti potrei essere d’aiuto” “Fai come ti pare” “Hai almeno una vaga idea di dove si trovi Mihai?” “No” “Come hai intenzione di trovarla?” “Vado a nord” replicò Xena irritata, voltandosi verso Mortigar “Io so dov’è Mihai. Ti ci posso portare” “Muoviti, allora, fammi strada” la Principessa Guerriera era più irritabile del solito. Qualcosa in lei era cambiato. Sentiva un vuoto incolmabile nel cuore, ma provò ad allontanare tutti i pensieri dalla mente. Doveva rimanere calma e concentrata, per affrontare Hasab. Mihai era vicina, non impiegarono molto tempo a raggiungerla. Essa era una fortezza che si erigeva su di un monte. “Bene. Grazie. Per quel che mi riguarda, le nostre strade si separano qui” Xena proseguì, senza badare minimamente all’altra guerriera che la stava seguendo, a debita distanza. Giunse davanti al portone d’ingresso. Era molto ampio. Colossale. Come il resto della fortezza. Xena bussò pesantemente. Un uomo aprì leggermente il portone per vedere chi fosse. La donna ne approfittò e lo stese, con un calcio ben assestato all’altezza della cintola. Spalancò il portone e fece il suo ingresso trionfale a Mihai. Tutte le guardie che si trovavano nel cortile del castello le si pararono contro. Meglio. La Principessa Guerriera sfogò tutta la propria ira fra di loro, scagliando fendenti a destra e a manca con la spada, lanciò il chakram, il quale mise fuori combattimento numerosi soldati. Xena fece il resto: malgrado fu ferita al braccio sinistro ed una freccia le trapassò la gamba sinistra, sconfisse tutti i guerrieri. Quando ebbe finito, tolse la freccia dalla gamba. Annusò circospetta. Per fortuna non era avvelenata. Un uomo uscì dall’ingresso principale del castello. Era molto alto, muscoloso, coi capelli rossi e gli occhi marroni, con dei lineamenti armoniosi e dolci; la pelle pallida. Non indossava un’armatura. Al fianco sinistro teneva appeso uno spadone, mentre su quello destro un pugnale. La guerriera si guardò attorno. Solo in quell’istante se ne rese conto. Mihai non era altro che un castello situato su di un dirupo. Nulla di più. Eppure lì vivevano guerrieri, guaritori, cuochi, inservienti, schiavi. Una specie di villaggio. “Ma bene; sei riuscita a sconfiggere le mie guardie. Complimenti. Tu sei Xena, vero?” “E tu Hasab” “in persona” rispose egli facendo un maestoso inchino. “Non dovresti essere così calmo. Tra un paio di minuti non rimarrà più niente di te.” “Non ne sarei troppo sicuro” L’uomo corse in sua direzione sguainando lo spadone. Xena si preparò ad evitare l’imminente attacco. Hasab sferrò un rapido fendente, che tuttavia non impensierì minimamente la guerriera. Ella si gettò sulla destra, ruotò improvvisamente e scagliò un attacco diretto che tuttavia andò a ferire l’uomo solo di striscio, al fianco destro. “Abile” sibilò il warlord “Più di quel che pensavo. I miei uomini avevano ragione a temerti.” “Anche tu dovresti” esclamò Xena sorridendo. Per tutta risposta Hasab si gettò disperatamente all’attacco. Niente da fare. Xena era nettamente superiore. Parò il colpo e contrattaccò. Stavolta la spada si andò a piantare nella gamba destra del guerriero. Di nuovo la donna si portò in avanti. Trafisse Hasab senza pietà, allo stomaco. “Tutto qui?” chiese delusa. L’uomo stramazzò a terra senza vita “E questo qui vi avrebbe impensierito?” chiese stizzita, voltandosi in direzione di Mortigar. ‘la sua forza è impressionante’ pensò la donna pietrificata ‘mai visto nulla di simile’ “Sei tu che sei troppo forte” ma Xena non le diede minimamente ascolto. Depose la spada ed uscì dalla città “Dove andrai ora?” fece Mortigar “Ovunque ci sia bisogno di me” fu la risposta frettolosa, data di malavoglia, da Xena. La luce che brillava in lei si era spenta.
Olimpia si alzò molto tardi. Doveva essere mattino inoltrato. Dannazione, no! Si voltò. Xena non c’era. Cavolo! Si voltò. Accanto a lei c’erano una pergamena ed un sacchetto. No! L’aveva fatto di nuovo. Come diavolo aveva potuto?!? Lesse la pergamena, lentamente. Sentiva il dolore nelle parole, il foglio bagnato dalle lacrime. Prendere quella decisione le doveva essere costato molto. Ma questo non faceva altro che alimentare il desiderio di raggiungerla. Raccolse in fretta le proprie cose e si diresse verso nord. Non aveva una precisa idea di dove fosse Mihai. Aveva sentito parlare il sicario che l’aveva aggredita, e dire si trovasse a nord. Bene. Prese a camminare per il bosco, alla rinfusa, o per lo meno così sembrava. In realtà stava seguendo un percorso ben preciso, che solo lei poteva individuare. Era infuriata con Xena. Era troppo protettiva, peggio di una madre con la propria figlia piccola. Olimpia era ancora debilitata, più volte dovette fermarsi e sedere a riposare. Ma non aveva alcuna intenzione di rinunciare. Doveva raggiungere Xena. Ad ogni costo. Era quasi mezzogiorno quando giunse ai piedi di un monto sovrastato da un imponente palazzo, una fortezza. Una donna stava scendendo dal sentiero che portava al castello. “Tu sei Olimpia” disse venendole vicina “Mi conosci?” “Ho parlato un po’ con Xena” “Ah! Eri tu ieri…” La straniera annuì sorridendo “È ancora nel castello?” “No; se n’è andata da un po’ ” “Cavolo!” rispose Olimpia adirata, battendo i pugni su un albero. Il corso del loro destino stava cambiando. Non poteva permetterlo! Non voleva! Il suo posto era accanto a lei. “Ha detto dove si sarebbe diretta?” “No; ha solo detto ‘dove c’è bisogno di me’ ” “Un po’ vago” “Era molto arrabbiata…incupita… più crudele del solito. Ha finito Hasab in un batter d’occhio. Mai visto nulla di simile.” Olimpia si voltò nuovamente verso la foresta “Dove vai?!?” chiese la donna perplessa “A cercarla… - rispose Olimpia decisa - ovunque ella sia” ‘Ovunque ella sia’